Lavorare gratis anche no!

Buongiorno! Buona primavera e buon ritorno del sole! Questa è la rassegna stampa di Missesfits che oggi vuole cercare di chiarire una volta per tutte che esiste una differenza tra il lavorare gratis per un proprio progetto e lavorare gratis per il progetto di qualcun’altro. Lapalissiano direi.

Ma prima partiamo un po’ per la tangente insieme, vi va?

Sono di buonumore oggi. E sono anche in uno di quei momenti molto imbarazzanti che affronto, malissimo, dalla mia adolescenza. Tipo: devo mettere apposto la stanza e comincio dal ripiegare tutti i maglioni dentro l’armadio. Perché? Non saprei, è nella lista di cose che devo chiedere al mio inconscio, quando mi andrà di ricontattarlo (e quando finirò di piegare i neuroni nel subconscio).

Come quando devi studiare e cominci a cercare un quaderno all’altezza per scrivere gli appunti. Ed è una ricerca approfondita eh, a volte devi pure uscire e andare in cartoleria, non si lascia niente al caso. Ora rimando di un poco la consegna di lavoro (ho tempo, giuro, non prendetemi per irresponsabile) e vengo a riscaldarmi i polpastrelli qui, perché a un certo punto mi domando: oh, ma diversamenteoccupata? Ormai avrà perso tutti i fan, mi avranno dimenticata, parleranno di me al passato con “Ti ricordi quella che era brava e abbiamo gufato per un anno che non riuscisse a trovare lavoro e invece niente, lei incurante dei nostri desideri ce l’ha fatta?“.

Bene.

Scrivo in un altro blog, così, per la gloria. In un blog che ogni tanto condivido anche sulla pagina Facebook a cui voi avete cliccato mi piace, ma Facebook Insight mi dice che a voi non ve ne frega granché delle nuove introspezioni molto interessanti che scrivo guardando intensamente valigie, persone, treni, tarocchi, statuette del Buddha e telefilm. Ve li condivido e voi non ci fate manco un click, non capisco davvero perché. Mai pensato a quanto è pregna di significati una valigia?

Siccome ho capito che mi amate solo per il tema lavorativo, vengo ad aggiornarvi delle mie scoperte.

Gli annunci di oggi sono due. Il secondo è della tipologia che abbiamo affrontato molte volte qui, senza che nessuno ci desse retta, ma oggi ci scrivono sopra degli articoli di denuncia sui quotidiani nazionali e si credono pure molto originali.

Il primo è questo:

Casa editrice cerca in tutta italia scrittore / writer/ autore per un e-book (minimo 50.0000 battute) sul tema delle stampanti 3D (come ad esempio una guida pratica)

Si offre creazione del file
correzione bozze
editing
cover professionale caricamento sui maggiori store
Nessuna spesa

Max serietà. Guadagni in percentuale ai ricavi.
Inviare titolo e indice completo di paragrafi altrimenti non sarete richiamati.

A parte che: ma quanto fa più fashion dire “writer” invece che scrittore? È il nuovo “collaboratore domestico”. E poi: ma quanto sembra un gran favore che vi fanno, scrivere “nessuna spesa”? Ora, sapevatelo: nel caso in cui non vogliate per qualche motivo contattare una casa editrice non a pagamento, quello che vi offrono non solo ve lo posso fare pure io senza prendermi le percentuali, ma con un po’ di impegno e qualche ricerca, sarete in grado anche da soli. E i vostri soldi, indovinate, vi resteranno nelle tasche. Pertanto:

Piccola guida per pubblicare un ebook:

1 – Saper usare gli stili di Word (o impararli in un pomeriggio)

2- Fare una ricerca su Google con questa stringa “come preparare il tuo libro per Kindle”

3- Trovare una mamma, una cugina, una migliore amica… insomma, qualunque persona che leggerebbe il vostro libro fino alla fine anche se è brutto e poi, se è brutto, abbia anche il coraggio di dirvelo. E in cambio vorrà solo una cena, o una sciarpa, o una bottiglia di vino. O tutte le cose insieme, nel caso fosse davvero brutto.

4- Per finire, spammare il tutto su internet: ci sono siti di self publishing, c’è Amazon, ci sono gruppi su Facebook e forum di scrittori.

Vero, si presuppone che quel qualcuno che pagate per farlo sappia più cose di voi. Ma se avete proprio voglia di sperare in un miracolo e guadagnare con un ebook, davvero, tutto quello che entra dovreste essere in grado di intascarvelo. Lavorare gratis per se stessi, a volte, paga. Male che va avrete i soldi per regalarvi un Kindle, a natale.

Seconda notizia. Cito da laStampa.it “L’Arpa della Valle d’Aosta cerca laureati disposti a lavorare gratis – selezione per trovare due candidati con laurea magistrale, l’impiego è per ventiquattro mesi e non è previsto neppure un rimborso spese. Il direttore “segno dei tempi di crisi, vogliamo fare un esperimento””.

Quello che mi ha ucciso il criceto nel cervello è che un esperimento debba durare ventiquattro mesi. Cioè, all’inizio ho detto: toh, che simpatici burloni, l’esperimento è vedere quanta gente risponde. E poi, però, ho pensato: no, mica ci vogliono ventiquattro mesi per questo, se il periodo è di ventiquattro mesi, che, scriviamolo per bene, sono due anni della vostra giovane vita, mi sa che è un altro tipo di esperimento. Deve essere di natura psicologica. Vogliono vedere in quanto tempo impazziscono, tipo topini da laboratorio. O quando comincia la denutrizione.

Insomma, l’Arpa è l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente. Regionale. Il lavoro, beffa tra le beffe, è il fundraising. Parafrasando: dovete trovare dei soldi per l’azienda che non vi dà soldi. L’esperimento, forse, comporta scommesse clandestine su quanto ci metterete a scappare col bottino. E poi, ovviamente, dovete mica essere gente così: dovete avere laurea magistrale, plus in discipline tecnico-scientifiche o politiche-economiche, plus esperienze formative e gestionali, che mica è un lavoro che si può dare al primo che arriva.

Bisogna che parliate francese o inglese e che siate capaci di fare una “Rassegna ragionata delle modalità usuali di finanziamento della ricerca, cooperazione e formazione scientifica applicate ai temi ambientali.”. Più molte altre cose con cui non vi annoierò. I benefit, lo so, la notizia vi sconvolge, ci sono. Scritti. Potrete avere una scrivania, un telefono e internet inclusi nell’offerta (ma solo alle prime 50 telefonate).

E così cito tutto quello che Giovanni Agnesod, direttore generale dell’Arpa, ha avuto il coraggio di dire, perché resti a imperitura memoria di come questa idea, del curriculum da impolpare, sia ancora vista come giustificazione a proposte che dovrebbero essere illegali e denunciabili:

“Sì, è la prima volta che facciamo una cosa del genere, una collaborazione gratuita. Capisco che possa apparire strana, ma ci siamo confrontati e vogliamo fare un esperimento. In fondo, per i candidati rappresenta qualcosa da inserire in un futuro curriculum, un’esperienza di lavoro. È un segno dei tempi di crisi, certo, ma è anche un segno della fondamentale importanza che oggi ha la ricerca di fondi diversi da quelli istituzionali, ad esempio la ricerca di fondi europei o altro”.

È un segno dei tempi di crisi, certo. Ho fatto una rapida ricerca su Google, e ho scoperto, dati ufficiali 2012 dell’Arpa stessa, che Agnesod prende come retribuzione lorda annua 139.466,66 euro.

Vorrei tanto chiedergli che ne sa, lui, della crisi.

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Faccio le comparsate alle conferenze

La cosa peggiore del ricevere una multa, è dover chiamare papino per dirgli che ti hanno fatto la multa:
“Ciao papà, come stai? Il lavoro come ti va? Quanto tempo è che non ti dico che ti voglio bene? E tu? Me ne vuoi almeno un pochino?”
Grugniti in sottofondo.
“Papino?!”
“Che hai combinato?”
“Chi? Io? Niente! Ah, già che ti ho chiamato, guarda il caso, è appena appena arrivata una multa”. Pensa la vita, a volte, eh!
“Ah, vabbè, chissà che mi pensavo”.
“Ma se, metti il caso, non fosse il solito divieto di sosta, no…”

“Che hai combinato??”
“Ecco, la storia comincia così: c’eravamo io, l’aurelia e un autovelox, no?”
“Ti avevo detto che c’erano gli autovelox”.
“Eh lo so, lo so, ma io so stata attenta, giuro. Cioè mi ricordo proprio questa scena: io li vedo, rallento, ma poi c’era anche un’altra macchina davanti a me, giuro, sicuro che la colpa è sua”. Croce sul cuore.
“Vabbè dai, fa lo stesso, non preoccuparti”
“Eh, ma… Ecco… so 180 euro”.
“CENTOTTANTAEURO??? A QUANTO MINCHIA ANDAVI?” (la parola minchia è qui utilizzata solo per enfatizzare il tono della conversazione, mio padre non usa la parola minchia soprattutto perché non è siciliano e non ne frequenta tanti quanti me).

Siccome vi dò solo informazioni utili, sappiate che superare il limite di 24 km/h vi costa 180 euro. E che a volte, ci sono pillole che non si possono indorare. Neanche con la vocina di quando avevate 5 anni e il babbo vi chiamava “passerotto”. Neanche quando vi dice due “vabbè” che ti fanno rilassare all’inizio, prima di ricordarti che devi finire di fornirgli tutte le informazioni.

Andavo a 94 km/h su una strada che mi portava verso Pisa. Perché il mio capo, in uno slancio di fiducia e stima (ah grazie capo!), mi chiese di partecipare come relatrice a una conferenza che trattava il tema: “la medicina 2.0: medici e pazienti sul web”. Io facevo la paziente, in quanto non medica, come già sapete. Così, gli ho detto di sì. Ma sì, figata. La faccio io la conferenza, e che sarà mai? Sarà tipo la seduta di laurea.

Ho ottimi ricordi della mia seduta di laurea. Ero talmente tranquilla che la notte ho dormito come una bambina e la mattina l’unica cosa che non mi funzionava per l’ansia era la circolazione sanguigna. Nelle foto la progressione del tempo si può riconoscere dalle sfumature trasparente-bianco-rosato-rosa della mia faccia.

Ecco, la mia seduta di laurea è stata molto bella, divertente e professionale, perché la mia tesi mi piaceva davvero tanto. E poi era una tesi in comunicazione della biologia e ne ho parlato a una commissione in cui c’erano prof di: filosofia morale, filosofia del linguaggio, comunicazioni di massa, teatro e altra roba del Dams. Lo sapevo che avrei potuto dire qualunque cosa e l’unica a guardarmi in cagnesco sarebbe stata la mia correlatrice, giornalista scientifica, lei, medica, lei, mica come quelli che si son sentiti 10 minuti di storie su staminali e innesti dopo aver passato decenni a leggere Chomsky e Marshall.

Bene. Dico, sarà uguale. Vado all’università a raccontare a dei medici la comunicazione dal punto di vista del paziente. Cioè, in pratica, l’esatto contrario della mia laurea. L’importante, l’ho capito, è trattare argomenti di cui la platea non capisce una mazza.

I pazienti e google. Sono cose che le sai, queste, da paziente. Sono cose che ne parlano tutti: hai una palla dietro l’orecchio, e non capisci che è. Lo dici alla mamma e la mamma ti dice: è un linfonodo ingrossato, hai appena avuto il raffreddore, è normale, tra un po’ di giorni passa. E tu: ok. Poi passa un giorno. E lui è ancora lì. Stoico. Guarda con aria di sfida tutta la tua ipocondria. Così vai su google. Perché la mamma ha un sacco di sapienza, ma mica c’ha l’algoritmo. E digiti: linfonodo ingrossato dietro l’orecchio. E scopri che è un linfonodo ingrossato, niente di che. Hai appena avuto il raffreddore? E’ normale. Ma tu il tuo raffreddore, già da lì ti sei accorta che non era un raffreddore qualunque, che ne sanno loro? E infatti c’è uno su yahoo answers che dice che non se ne andava, gliel’hanno aspirato e stava attendendo i risultati delle analisi. Poi, comunque, anche la tubercolosi ce l’ha, tra i sintomi.

Insomma, alla fine, lo sapevi già, google te l’ha solo confermato: stai per morire. Vai da tua mamma e le dai un bacino. Non le dici che stai per morire, le faresti troppo male. E passi due giorni in attesa. Poi quello si sgonfia. Passa tutto. La mamma aveva ragione, hai fatto proprio bene a non farti venire voglia di scrivere il testamento, sai che spreco di energie?

Ecco, queste cose uno le sa e le fa. Ma non si può portare uno sketch alla zelig a una conferenza. Ci vogliono le linee guida del capo e delle slide che ci si aspetterebbe da una 28enne con un po’ di senso dell’umorismo.

Così arrivi a Pisa passando per l’Aurelia. Va tutto molto bene (non sapendo della multa già in stampa), la stanza dell’albergo è una di quelle tipo mansardate con la finestra sul tetto sopra al letto, sogno di una vita. Dopo cena, vai a dormire. Vuoi dormire fortissimo. Hai un sonno grandissimo. Peccato che la parte del perdere conoscenza, sia pervenuta pochissimo. Comincia tutto come quei momenti in cui ci metti un po’ ad addormentarti e allora temporeggi: chiacchieri se sei in compagnia, pensi a un sacco di cose belle, poi passi alle cose brutte, poi passi alle cose future, poi ripassi il film bello che hai visto l’altra settimana e ti emozioni e ti dici no, emozioni no. Pensiamo al film noioso che hai visto due settimane fa. Ma niente, non funziona. Conti le pecore. E a volte, funziona. A volte crolli, dopo un’ora e mezza di zapping nel tuo cervello.

Ecco, immaginate che ciò non accada. Immaginate che l’ultima parte non arrivi mai, nonostante tu abbia contato le pecore che saltavano, i dottori della conferenza che saltavano, le intere facoltà di medicina che saltavano. Il tuo sonno che saltava e correva via, mentre tu guardi l’orologio e si sono fatte le 7. Hai la sveglia tra due ore. Non ce la farai mai. E l’unico pensiero è: ohmiodio, io, che ho un cervello che richiede una ricarica ogni 12 ore peggio di uno smartphone, io, che questo cervello stanotte non l’ho resettato, io adesso devo intervenire a una conferenza? Ma che m’ha detto la testa quel giorno, di dirgli di sì al mio capo?

Forse mi sono spaventata a morte causandomi uno svenimento, perché da quella presa di coscienza lì non ricordo più niente fino alle 9. Quando mi sono infilata nel mio super tailleur di H&M e ho camminato per Pisa come uno zombie per 4 ore, mentre mi si rigirava la gonna di continuo, perché in Indonesia hanno dei problemi con le cuciture, e le decollete mi ricordavano quanto è dura la donnità a volte.

Cammino fino all’aula magna della facoltà di medicina. Che ha una scalinata d’accesso davvero “magna”, con i pietroni al posto degli scalini e un angolo di pendenza di almeno 45°, che ora le decollete me le levo sul serio, altroché donnità.

Il mio colore è più o meno uguale al trasparente pre-laurea, solo che ora sono tutta un’occhiaia. E dopo 3 interventi, tocca a me. Le foto dell’evento sono esilaranti, perché ero in piedi dietro a un trespolo alto 1,60 e quindi essenzialmente l’unica cosa di me che si vedeva erano le occhiaie, i capelli e il piedino che non riuscivo a tenere fermo e sbucava da dietro ogni 4 frasi. Una foto, c’è. Foto dopo, non c’è. Video: lo vedi, ora non lo vedi più.

Ho parlato a macchinetta perché avevo pochissimo tempo, non so di preciso cosa ho detto, ma l’unico momento che ricordo è stato quello in cui arrivo alla slide esilarante con questa immagine e tutti ridono, preside compreso.

Smontato tutto, mi si è avvicinata una dottoranda, probabilmente più grande di me, che mi ha dato del lei almeno 10 volte prima che io riuscissi a resistere all’istinto di dirle “oh, bella mia, va che so più giovane de te” e me ne uscissi con un più diplomatico “ti prego, dammi del tu che tanto siamo coetanee”.

La tipa in questione non mi ha mai scritto per mail, io in compenso ho dormito 14 ore appena rientrata a casa.

E poi, mi è arrivata una multa.

Rubrica: diversamente accasata

Nota: Storie di vite vissute da altri. Contenuti rivisti e corretti molto poco dalla sottoscritta per trasformare una chat in storiella.

Piccoli precari crescono. No, meglio: piccoli precari restano precari anche quando diventano grandi, ma non è che per questo smettono di fare cose. Come, ad esempio, andare a convivere. Come ad esempio fare telefonate per prendere appuntamento con i padroni di casa: presentarsi, sembrare affidabili, trattare sul prezzo. Insomma, quando vi dicono “gli esami non finiscono mai”, si riferiscono ai colloqui di lavoro, che riemergono dal nulla cosmico quando meno te l’aspetti. Tipo, stavi solo cercando casa.

Il bello di avere un’amica in questa situazione è che io mi becco i resoconti, che decido di mettere qui, aprendo la rubrica: diversamente accasata (copyright della nostra eroa di oggi).

Premessa: un affitto a Roma per una casa di 65 mq in zona più o meno San Giovanni, costa 900 euro. Spesso 1000. Se vi dice bene 850. Così, la prima cosa che capisci, è che devi tirare sul prezzo. Se puoi. Cominci con timide mail in cui dici: senta, lei, che ha l’annuncio su subito.it, lei che è il proprietario di questa casa con questa galleria fotografica che io sto guardando a ripetizione da due ore per provare ancora questo senso di felicità e appartenenza, lei che non lo sa, ma io lì praticamente già ci vivo, n’è che per caso mi abbasserebbe l’affitto? Guardi, glielo dico perché a quel prezzo non se la prende nessuno. Le sto facendo un favore.

A questa mail, chissà perché, nessuno risponde. Allora via, si prova con quello strumento preistorico che si compone di cornetta e microfono. Ci prendi talmente gusto che chiami una che nell’annuncio non ha messo neanche una foto. E non si capisce neanche in che zona sta. E tu dici: perché hai telefonato? Mah, un po’ per divertimento e un po’ perché il marketing si muove anche così: creare misteri fittissimi che facciano sembrare le cose ovvie, meno ovvie. O le cose brutte, belle. Dipende.

Risponde una signora siciliana. Ora, se c’è una cosa certa delle signore siciliane è che sono capaci di rassicurarti su qualunque cosa, un po’ come tutta la gente del sud. Dalla sua descrizione infatti, la casa sembra Versailles e la mia amica è già all’anagrafe a cambiarsi il nome in Maria Antonietta. Sapete come siamo noi donne, le parole, le parole ci fregano sempre.

Il prezzo è 900 euro.
Signora mia, sa, è un po’ troppo.
Eh, signorì, guardi, la casa è fatta proprio bene, tipo c’è la cabina armadio, il condizionatore, la lavastoviglie… però, se trovassi delle persone serie, tranquille, affidabili, certo che potrei trattare sul prezzo.

2 secondi nel cervello della nostra eroa (superata la fase in cui si ripete “cabina armadio” e “lavastoviglie” 5 volte): http://www.youtube.com/watch?v=fjqWjzGPrGs

Le ho detto che siamo una coppia che in comune abbiamo l’amore per la lettura. La cultura. Il silenzio. Non parliamo quasi mai, leggiamo e basta. E poi, sa, le ho detto che lavoro in una casa editrice? Che io e il mio ragazzo ci siamo conosciuti a un master, eh sì, quello post laurea, perché abbiamo una laurea a testa, pensi, lui porta pure gli occhiali che, come le ho detto, legge un sacco. E insomma, questo master era in editoria. Un affidabile e tranquillo master nell’affidabile e tranquilla editoria. Non trova che sia tutto, così, come dire, tranquillo? Quasi quasi ora le sparo uno sbadiglio mentre parlo, che lo zen è tra di noi. Non abbiamo molti amici. Quelli che abbiamo, sono persone con gli occhiali. Ci piace incontrarci e leggere tutti insieme.

Che dice? Ah, mi ama. Sì, fa bene, siamo tanto dei bravi ragazzi. Insomma, dicevamo, 800 euro, giusto?

La prostituzione è sottovalutata.

Seconda telefonata:
Salve, sì, chiamo per l’annuncio.
Sì, lei lavora?
Ehm. In che senso? Cioè che tipo mi alzo, vado al lavoro, per 8-9 ore?
Eh, ma è a progetto?
Ah. No. Io no.
No guardi che se è indeterminato non si può fare.
Due cose. La prima è: indeCHE? La seconda è: no, ma prego, infieriamo pure. Guardi, tranquillo, sono determinata. Determinatissima. Non ne trova una più determinata di me.
Ah, allora ok. Ma siete sposati?
Che? (ma che parole usa questo oh?) Chi?
Lei e l’altra persona, non siete in due?
Ah, sì, ma no. Anche no. Comunque, senta, ma lei, che cazzo vuole???

Ok. Siccome ve lo state domandando anche voi, come l’ho domandato io, ve lo dico: il cosiddetto contratto transitorio si fa per ragioni fiscali, tu in pratica prometti che sei in affitto lì solo per la durata del tuo contratto di lavoro (o una cosa del genere). E gli indeterminati, loro, non transitano.

Stazionano. Loro.

Misteri della fede

Premessa, ve lo dico: non vi racconterò nessuna storiella. Non sono qui per allietare le vostre anime dal fatto che lo so, è lunedì, e oggi comincia una lunga settimana da passare in ufficio, se avete un lavoro, per uffici, se lo state cercando, per strada, se state mendicando e a casa se siete disoccupati e vi piace girarvi i pollici.

Non vengo a ricordarvi che ci sono anche cose belle nella vita tipo le lasagne, il gelato al cioccolato, le persone simpatiche e Game of Thrones che è uscito ieri in America.

Vengo solo per chiedere una cosa a lavoro.org. Io lo so che non ho avuto idee molto brillanti nella vita. Ho solo una triennale, un master e un corso di formazione sul tema della comunicazione. Ma non capisco perché questo.

Perché-QUESTO:

Cattura

Perché QUESTO dovrebbe essere “molto interessante per me”? In attesa di una risposta, voi avete un altro post e io una valigia da fare.

Voglio far…vi un po’ contenti!

Ho (ri)fatto la hostess, un po’ di tempo fa. Mi sono dovuta iscrivere a un’altra agenzia, questa volta di Milano. Gente che non mi ha mai visto, ma che mica sarà importante per fare questo lavoro, no? Ho la signorina che si occupa della mia pratica che ormai ci diamo del tu e quando mi chiama le chiedo pure che combina di bello (e lei si sfoga con frasi tipo “lasciami perdere guarda, è un casino qui”). Mi chiama ogni due settimane, apparentemente per offrirmi lavori, ma secondo me le sto solo simpatica. I lavori sono cose assurde tipo: ti va di lavorare 18 ore al giorno a casadiddio per 50 euro che riceverai sempre e solo tra 3 mesi, quando la benzina costerà così tanto che non vorrai mica pensare di rientrare nelle spese?

E mi fa anche tenerezza, poi, perché al nord, certe cose non le sanno. Mica se ne rendono conto che se ti danno dei lavori a Roma Nord, a te che sei di Roma Sud viene un attacco ischemico fulminante.

In amabili conversazioni spunta fuori che, per esempio, venti chilometri sono una distanza inenarrabile. Cioè, per queste persone, fare venti chilometri di macchina per andare da qualche parte equivale a una gita fuori porta. E’ il battesimo del bimbo della tua compagna del liceo che ti stava pure sul cavolo e tu ci DEVI andare solo per controllare che sia davvero ingrassata come dicono. O magari c’è una festa epica e tu devi essere davvero nella serata mi-sacrifico-per-un-bene-superiore, posso farcela. Venti chilometri è la distanza minima che io devo percorrere per provare emozioni forti, avvicinarmi semplicemente alla civiltà e, soprattutto, allontanarmi dal pub sotto casa, quello dove ci sono i coatti e le ragazze con gli shorts e la cellulite che esce dagli strappi (gli shorts con gli strappi, tra l’altro, equivalgono a non portare alcunché addosso, sapevatelo). E quelle nuove scarpe da ginnastica che vanno adesso, quelle col riporto dentro che i tuoi amici maschi ti guardano e dicono “giuro non era così alta l’ultima volta che l’ho vista”, solo che tu hai le scarpe da ginnastica che non sono tacchi vertiginosi e loro hanno quella piccola zona nel loro cervello dedicata all’abbigliamento femminile che gliel’avete bruciata così, senza pietà, in un attimo (ecco una figura esplicativa).

Venti chilometri sono solo l’andata, tra l’altro. Siediti prima di fare 20×2, consiglio.

Bene, un pochetto di notti fa ho riaperto la mia pagina facebook. E ci ho trovato due messaggi di gente che mi dice: Bella Miss, avrai mica trovato un senso in questa vita al di fuori del tuo blog? Non sei nata per nutrirci con le tue pungenti battute e fare…. beh, nient’altro? No. Ragazzi, no, però questo blog langue, giusto, quindi vi faccio contenti e faccio contenta me, da sempre, a raccontare stupidaggini.

Che combino? Scrivo su un blog! Ah, come mi piace darvi queste notizie bomba, non c’avete un’idea. Il bello è che ora mi pagano (finalmente!) per farlo. E mi occupo di roba medica. Tranquilli, lo sapete, sono una persona seria. Lo so, lo so, che non ho una laurea in medicina. Infatti mica vi dò consigli su cosa fare delle vostre interiora. Diciamo che vago in giro per il web a cercare la notizia a strizzatina d’occhio che possa farvi raggiungere la consapevolezza suprema su temi come: il motivo per cui quel ragazzo che vi piace tanto vi guarda con quell’occhio languido, sarà l’inattaccabile dato di fatto che siete straordinarie, gli shorts con gli strappi o i ferormoni che emanate in quanto, ve lo dico con tutto il rispetto e non perché contraria agli shorts effetto vedo-e-vedo, scimmie? Oppure: andare da un massaggiatore cinese a farvi pigiare i punti chiave che non sapevate neanche di avere sulla pianta dei vostri piedi può farvi dimenticare il dolore alla schiena che vi attanaglia da decenni? Risposta: sì, quantomeno per l’effetto irrigidimento di ogni muscolo che è l’unico modo che avete per sopravvivere al solletico. E ancora: per dimagrire, santa la miseria, bisogna che mangiate, poco e 5 volte al giorno, quante volte ve lo devono dire i nutrizionisti? Siete scemi? No alla dieta tisanorreica, che tra l’altro ha un nome così brutto, che sembra la malattia che ti viene se mangi davvero troppi Activia e poi si sa perché dimagrisci. Altroché.

Scherzo. Tratto questi temi in maniera estremamente professionale e convinta, perché quando non sono convinta non scrivo, come dimostra il mio silenzio di questi mesi. E il fatto che il mio capo sappia l’indirizzo di questo blog e probabilmente stia leggendo questo post NON FA alcuna differenza. E adesso, per motivi del tutto oscuri, smetterò di parlare del mio lavoro. Non mi dilungherò, tipo, a raccontare i contenuti delle mail che arrivano in redazione. Mail che potrebbero avere anche temi piccanti. Tipo, che ne so, per fare un esempio, uomini che chiedono consigli su quegli aggeggi per somigliare meno a una persona normale e un po’ più a Rocco Siffredi. Figli del porno, signora mia, è una tragedia.

Giuro, torno presto con nuove novità veramente innovative. Soprattutto perché, ve lo dico, il brividino che si prova a cliccare sul tasto “pubblica”, me l’ero scordato.

Roba buona

Oggi ho deciso di farvi da ufficio stampa del precariato. Perché stamattina, in via del tutto eccezionale e per motivi che ancora non riesco propriamente a spiegarmi, ho aperto gmail e ho letto per davvero tutta la posta, invece di cestinarla per direttissima.

Scoprendo delle cose fantastiche che, per puro istinto materno, condivido con voi.

Primo, la Repubblica degli stagisti pubblica (ah, la cacofonia) un e-magazine mooolto interessante, che vi consiglio di leggere solo se non siete di pessimo umore e volete provare il brivido di ritrovarlo, farvi pervadere da esso e, alla fine, tornare felici.  Nella prima parte della curva entropica, rientra la solita robaccia da burocrati. Esempio: ve la ricordate la manovrina tecnica dei prof con cui mai avreste voluto fare un esame che ora siedono sugli scranni del palazzo della casta? Quella che permetteva a tutti noi, poveri sfigati under 35, di svegliarci una mattina, stufi di mandare cv, e aprire (completamente abbuffo) una società con 1 EURO di capitale sociale? Che poi mi sono detta, figo eh. Un euro è poco. Un euro ce l’ho. Ma una volta che ho una società con un euro, di grazia, che ci faccio? Un circolo di tresette?*
Infatti, la notizia è l’uscita un’altra manovrina, quatta quatta, zitta zitta, che allarga questa possibilità a tutti, ma vi blocca gli utili finché non raggiungete la somma di cs che era necessaria PRIMA della riforma. Son pochi. Solo 10 mila euro. Quindi? Cambia tutto per non cambiare niente, zeroazero – palla al centro.
*[Si fa per scherzare, l’idea di base è buona. Ma il problema è sempre quella roba che bisogna fare dopo, quella che permette di prendere le idee e trasformarle in… Non mi viene la parola. Sarà per la prossima volta!].

Il resto del magazine è una parabola del “ho tanta voglia di farcela”, che non si sa bene perché ti fa ripiombare in uno stato di grazia e felicità. C’è la storia di una ragazza che aprì un blog, nel lontano 2008 (lo trovate qui: http://almostrenta.blogspot.it/), basato praticamente sugli stessi presupposti del mio. Da quel blog sono nati un libro e un film autoprodotto (La ballata dei precari). Un inno di come i giovani siano i più bravi a fare “di necessità virtù”. Insomma, la luce alla fine del tunnel c’è: è una lampadina accesa da altri precari, ma non lamentatevi che non ci vedete niente.

Ultima ventata di freschezza nell’afa: il link al PICA 2012 del Comune di Roma, offresi 244 tirocini retribuiti a 350 €. Candidature entro il 27 giugno. Affrettatevi.

Secondo: la Provincia di Roma organizza su portafuturo.it “Your first EURES job” che è, in sintesi, un calcio nel sedere per andarvene 6 mesi fuori dallo stivale.  Vi aiutano con le spese di trasferimento, non so quanto, non so come, mica posso fare tutto io in questa famiglia!

Terzo: per i fotografi amatoriali su scambieuropei c’è il concorso fotografico “life 2.0”, nessun lavoro ma: al primo vanno DUE vacanze DUE in DUE città europee e un tablet; al secondo vanno UNA vacanza UNA (indovinate un po’?) In UNA città europea e un tablet; al terzo va….. rullo di tamburi…. un tablet! Dalla pagina “le certezze della vita”.
Scadenza, 30 giugno. Sbrigatevi prima che la Apple ritiri la sponsorizzazione.

Annunci, di nuovo

Stamattina mi sono svegliata un po’ fallita. Non so perché, sarà il tempo. Dal fallimento alla frustrazione è un attimo eh, tempo di un oro saiwa inzuppato. Così, niente, ho voglia di polemizzare.

Oggi nell’annuncio cercano un addetto alla comunicazione, che si intenda già di comunicazione. Per uno stage di alto livello. Il testo è molto serio, quasi ci casco. Funziona tanto bene che mi incuriosisce e così vado direttamente sul sito, perché c’è una zona dedicata, sul loro sito, ai posti lavorativi.

Salta all’occhio subito che sono tutti stage. E gli annunci sono scritti bene, ma mancano le indicazioni essenziali. Quando noto un link. Che si intitola “Tirocini etici”. Mi dico “Wow, addirittura, c’è un manifesto contro lo st(r)agismo”. Vado quindi a controllare. E per rigore di cronaca, ho deciso di riportarvelo.

Innanzitutto, l’azienda garantisce:
1) che non faranno discriminazioni di alcun tipo e genere. Maschi, femmine, trans, gay; gialli, neri, uomini focaccina e lupi mannari; giovani, vecchi e bambini; normodotati o meno. E vorrei farvi notare che siamo in un paese dove si ritiene necessario mettere tutto questo come punto uno.
2) informare a pieno dei compiti assegnati allo sfigagista. Meno male. No perché candidarsi a uno stage senza sapere cosa bisogna farci è pratica comune tra noi poveri cretini.
3) Fornire un ambiente lavorativo confortevole e che permetta di valorizzare le proprie virtù. Forse è un modo per dire che lo stage comprende almeno una sedia, e il caffè se lo fanno da soli. A meno che non risulti essere la vostra virtù. In quel caso, colpa vostra.

Pertanto, l’azienda si impegna a:
A) pubblicare annunci chiari, precisi, dettagliati (escluse tutte le cose che vado a illustrarvi, che se le mettono negli annunci poi nonrispondepiùnessuno)
B) studiare curriculum per curriculum senza le discriminazioni di cui sopra. E grazie.
C) dare spazi adeguati e permettere allo stagista di confrontarsi coi colleghi. Solo per alzata di mano però.
D) assicurare che lo stage sia formativo. Soprattutto se le cose che vai a fare, le sai già fare.
E) il mio preferito: pienamente coscienti del “peso” (giuro, c’è scritto p-e-s-o) che è svolgere uno stage GRATIS, giuriamo solennemente di…. pagarvi? MA NO!! Giuriamo solo di non farlo durare troppo. E, in caso, vi diamo un part-time o lavorate da casa. Insomma, tranquilli: sarà rapido e indolore.
F) consci del fatto che venite a lavorare gratis, sappiate che, incredibilmente nel pieno rispetto della legge, vi garantiamo un tutor che vi seguirà lungo il percorso. Il punto è che lo scriviamo come se questo ci rendesse un sacco “smart” e non solo gente che ha letto la 196/97. Inoltre, a ben pensarci, se scegliete la busta 3 “lavoro da casa”, il tutor può facilmente trasformarsi in colf a vostro comando. Per una collaborazione bilaterale.

E ora, i fuochi d’artificio:
G) alla fine dello stage, si fa un colloquio in cui ci viene dato un feedback. Pacche sulle spalle, sì, sei bravo, un sacco eh. L’unica cosa, ecco, la sedia girevole, rimettila a posto quando te ne vai. Ah, tu eri quello che lavorava da casa? Scusa, ok, niente. Però pensaci, a quella cosa delle sedie. E’ importante.
H) Sempre consci del peso che è fare lo stage, sia comunque chiaro che in quest’azienda non-ci-sono “future opportunità”. Insomma, il significato di questo documento, sta tutto qui. Al punto H. Il manifesto etico della presa per i fondelli. Fai uno stage sperando sempre più vanamente che poi ti assumano. Qui, no. Qui fai lo stage per un senso di sacrificio supremo. Più morale di così.
I) supporto nelle scelte che ti possono aiutare a trovare, finalmente, un lavoro retribuito. Ma non qui. Eh. Scordatelo.

Questa è la versione, rivisitata e corretta, dei tirocini etici di Amnesty International. Sì, vado contro ogni regola del blog citando l’azienda, stavolta, perché Amnesty International si batte da 50 anni per i diritti umani. E scrivendo questo manifesto ha dimostrato una volta per tutte che l’esperienza non sempre  paga.