Dopo quasi un mese di silenzio stampa chiedo venia ai bloglettori e ve lo racconto. Il mio ultimo faccia a faccia, il primo dopo mesi, l’unico che avrei voluto vincere.
Mettetevi comodi: vi sto per descrivere un signor colloquio. Non il lavoro della vita, chiariamo. Levatevi dalla testa lo stage da 500 euro più buoni pasto.
Uno stage normale, uno di quelli che ti “formano”. Con rimborso spese decente. E mentre il capo descriveva il paese delle meraviglie, io non ho potuto fare a meno di chiedermi: ma com’è? Ho cercato di capire se era merito di un cambiamento di rotta da parte delle aziende o un mio cambiamento nel rispondere agli annunci o solo un colpo di fortuna. Alla fine ho trovato la soluzione nella legge dei grandi numeri. Dopo tonnellate di proposte indecenti deve succedere qualcosa di buono. Quantomeno per far ricaricare il karma. Mica può girare in negativo per sempre, anche lui ha bisogno di un punto da raggiungere per poi ricominciare daccapo. Deve capitare quindi il momento in cui ti trovi davanti un capo che ti dice: qui da me non ci vieni se non vuoi impegnarti seriamente. Perché l’impegno, qui, va ben oltre i 3 mesi.
Ma andiamo con ordine. Torniamo a Jobsoul. Che è un ricettacolo di annunci fuffa, ma bisogna dire che le aziende raramente non ti contattano. Andiamo nella testa di Fra, che si dice: ok, casa editrice, no. Giornale, no. Account, apriti cielo. Spostiamoci sul web. E arrivo a questo splendido annuncio titolato “Stage Web Marketing”. Prossimità del mio cv, 79%. Lo apro e mi dicono che posso candidarmi se conosco i social network, le basi del viral marketing… Insomma, tutte quelle cose che vi ho spiegato qui.
Bene. Sì, io sono cresciuta a merendine e Web marketing.
Mi contattano dopo il solito mese per e-mail. Gentile Fra, siamo molto lieti di annunciarle che finalmente qualcuno vuole incontrarla quantomeno per farle scrivere un nuovo post nel blog.
Ci vado un po’ nervosa. Non che le altre volte non lo fossi, ma stavolta avevo il sesto senso in mode ON. Arrivo in un bel viale alberato, quartiere residenziale, con quei condomini che li vedi da fuori che costano i soldi veri. Numero civico 31. Sulla destra ho un portoncino, dritto di fronte a me un cancello grande con l’accesso ai garage. Che faccio? Vado ai citofoni del portoncino. E comincio a smadonnare prima di subito, perché il nome dell’azienda sul citofono non c’è. Colta improvvisamente dal panico, invece di fare due passi a cercare un secondo citofono, telefono.
Sì. Salve. Sono io. No, non sono nel panico. L’indirizzo è giusto, ma il nome qui non c’è. E la ragazza dall’altra parte mi dice “Eh, devi andare verso il portone che sembra un garage”. Ottimo. Prendo il bicchier d’acqua dove sono appena annegata e insieme ci avviamo.
Superato il primo livello con l’aiuto della telefonata, entro in una cosa che sembra più una cantina che un ufficio. Spazi angusti, soffitti ad altezza uomo, con dentro impiegati ammassati effetto carro bestiame. Una ragazza mi accompagna in un mini ufficio, con una scrivania e una grossa finestra che dà su un muro. Bello. Mi siedo e vedo al di là della parete di vetro alla mia destra uno stanzone con una ventina di pc e tutte donne con cuffia e microfonino che sorridono al vuoto parlando al telefono. Cerco di ricordare se magari l’annuncio era per un call center. Entra un uomo biondo, abbronzato, asciutto, massimo 35 anni e con marcato accento inglese.
Mi chiede “ciao, da dove vieni?”. E io: nel senso se sono di Roma? Dove abito? O che strada ho fatto per venire qui?? Opto per la zona in cui abito. Lui conclude con il nome dello stradone che ho percorso per raggiungere l’ufficio e siamo tutti contenti.
Parlami un po’ di te. Lo faccio. In questi momenti mi torna in mente il consiglio del mio ex capo della casa editrice che mi ha detto di non arrivare mai a un colloquio in cui è palese che sono sei mesi che non hai un lavoro. Quindi gli dico che scrivo un sacco. Per vari giornali online. Solo che siccome è poca roba, mi scappa. Mi scappa quel “E… beh, niente” che mozzicatevi la lingua se vi viene da dirlo anche al vostro migliore amico. Suona sempre che non vali una cippa.
Il capo comincia a farmi un vero e proprio esame. Dimenticatevi le chiacchiere da bar degli altri. Dimenticatevi l’acqua di rose e la pacca sulla spalla. Sono davanti a un signor datore di lavoro, che mi sta facendo un signor colloquio di lavoro. E io già lo amo. Rispondo a tutte le domande in un modo che stupisce anche me stessa. Peccato che lui è neutrale. Una faccia da poker. Non gli faccio schifo, ma neppure gli piaccio. Potrei mettermi a fare le capriole e avrebbe probabilmente la stessa espressione da uno che sta pensando se stamattina si è ricordato di lavarsi i denti. Ma è solo la faccia. Perché per il resto ci giurerei che non si è perso una parola.
Bene. Finito l’esame, mi dice se voglio fargli io qualche domanda. Sì, quanto ho preso? 27? 30? Ti piaccio un pochino ino ino ino?? Gli chiedo come funziona lo stage, quali mansioni avrò, roba così. E qui parte il jingle pubblicitario. Mi risponde che saranno 3 mesi, escluso agosto. Che i colleghi sono tutti giovani e ottimi collaboratori. Che lui non ci sta con questa idea che lo stage è sfruttamento. Lui fa lo stage perché gli servono nuove risorse su cui investire, per allargare l’organico. Dice che l’azienda è in perenne crescita, proprio perché lui investe in capitale umano. Mi sembra di sentire voci da stadio che urlano in sottofondo. “Perché io dico basta con lo stRagismo” “SIII”’” “Perché ci vuole rispetto per i lavoratori” “SIIII”’”. Vorrei abbracciarlo. Non importa se magari è solo uno slogan, il punto è, e lo so per esperienza, che l’ha detto. Ha fatto tutto questo discorso quando altri non l’hanno neanche sfiorato da lontano. Altri, che i 300 euro neanche te li facevano annusare.
Poi si alza. E mi accompagna all’uscita dicendomi che mi farà sapere, in ogni caso.
Venerdì mi arriva una mail in cui educatamente mi dicono picche. Ma per la regola “non c’è mai fine al peggio”, vi dico che il rifiuto non è niente in confronto al dopo.
Sabato scarico la posta. Jobalert mi avverte che c’è un nuovo annuncio su jobsoul che si intitola Stage Web Marketing. Mi dico, ok, non c’è due senza tre. Clicco. E mi cade l’occhio sul nome dell’azienda. La stessa. E, vedete, uno ci può anche stare di essere battuto da qualcuno di migliore. Ma se rimettono l’annuncio vuol dire che non ti ha battuto nessuno. Ti sei solo autoeliminata.
Così, la vostra eroa sta meditando sulla mossa da fare. Perché, non vi piacerebbe ricevere la descrizione della faccia del capo una volta che mi vede arrivare a dirgli: senta, ho visto che avete rimesso l’annuncio. Forse non ci siamo capiti.
Sto cercando di scavare dentro di me per raccogliere tutti i cumuli di coraggio necessario. Restate sintonizzati.