Baricco disse: Capitano cose che sono come domande: passa un minuto, oppure anni, e poi la vita ti risponde
Comincio così. Perché a me capitano cose che sono soprattutto domande, sintetizzabili, per praticità, in una sola: “ma perché proprio a me?”. E la risposta è che ho sicuramente una qualche abilità paranormale, che tra una vasta scelta di situazioni possibili, mi fa andare con sommo gaudio verso la più improbabile. E ho un’impennata delle prestazioni, quando si tratta di colloqui. Per buona pace vostra e di questo blog.
Di solito, cerco di trovare il lato comico di quello che racconto anche quando ci sarebbe solo da piangere, ma ci sono casi in cui, davvero, le cose avvengono da sole senza richiedere da parte mia sforzo alcuno.
Questo è uno di quei casi.
Rispondo a un annuncio, sabato. Diceva solo: “Segretaria di redazione” per una società che si occupa di tutto il comunicabile. Pubblicità, eventi, tv ed editoria. Perfetto! Mando la mail e poi me ne dimentico. Martedì, a mezzogiorno, in mezzo al traffico, senza aria condizionata e un finestrino rotto che non va giù, con il rumore delle seghe elettriche che stanno tagliando gli alberi sulla via tutto intorno a me, squilla il cellulare. Nella convinzione che fosse la terza chiamata di mia madre, comincio a settare l’ugola al livello “alto”, perché se prendo una multa in quanto sprovvista di auricolare, sia chiaro, la colpa non è più del tutto mia. Invece il numero è sconosciuto. E rispondo, urlando comunque, perché ormai l’ugola era pronta e l’inquinamento acustico è ben oltre il limite umanamente sostenibile.
Dalla terra di molto molto lontano, sbiascicata, mi arriva una voce tombale. “Sono bshshshs della fondazione sbshhssshsh la chiamo per fissare un colloquio“. E io: “EEEH? SCUSI NON HO CAPITO NIENTE”. Chiudo il finestrino e sento finalmente che il redivivo vuole vedermi giovedì, alle 16. E, siccome ho imparato dai miei errori, gli chiedo se gentilissimamente può mandarmi una mail, così vediamo di chi si tratta. E poi perché sono in macchina. Sto guidando. E non ho l’auricolare. E siccome sono fortunata, dietro l’angolo sicuro c’è la municipale.
Stamattina, li cerco su google. O almeno ci provo. Peccato che non esistono. Non c’è niente, neanche una citazione in qualche altro sito, neanche un libro, una rivista, un refuso. Il nulla assoluto fino alla decima pagina, dove trovo una signorina bionda ammiccante che ringrazia queste fantomatiche “edizioniF.” per una serata organizzata al Gilda, una discoteca di Roma. Mentre cerco inutilmente di incastrare il concetto di casa editrice con quello di discoteca coatta, trovo associato a loro un secondo nome, al quale corrisponde la direzione di un settimanale, con articoli seri e interessanti.
Mi dico: dai che è la volta buona. Vado. Mi faccio un’overdose di training autogeno e vado.
Soliti 15 minuti di anticipo, ne uso 5 interi per capire dove devo suonare. Perché, di nuovo, il nome non c’è. Né le edizioniF. né il secondo. Mi metto da una parte a fare mente locale e arriva un’altra ragazza. Fuma un’intera sigaretta osservando attentamente il citofono anche lei, forse nell’attesa che il pulsante giusto cominci a lampeggiare. Soprattutto se quella non è solo una sigaretta. Ne arriva un’altra, la più furba di tutte, e chiede a uno dei muratori che stanno lavorando all’ingresso dov’è la sede dell’agenzia, perché lei deve fare un colloquio.
“E’ dentro, interno 1. Mo vado su e me faccio pagà da quelli che je sto a dirige er traffico qua sotto”. Io mi accodo, voglio chiederle se lei è venuta a capo del rebus che dall’annuncio ci porta al terzo nome sul citofono, ma dal suo sguardo capisco che pur di eliminarmi sarebbe disposta a giurare che in realtà trafficano illecitamente organi e vogliono in particolare i miei. Entra giustamente per prima e resta dentro 3 minuti scarsi. Lui le dice cosa c’è da fare, le chiede le sue esperienze e che cosa fa nel tempo libero (???), per poi liquidarla.
Io, mentre origlio, mi guardo intorno, colta da un’improvvisa voglia di scappare via. L’arredamento è da vecchia bettola degli anni 60. Il pavimento in cotto e i mobili sembrano usciti dalla casa di mia nonna. Quelli tristi. Quelli che tra di loro non c’entrano niente. Quelli a cui manca solo la puzza di naftalina. Alle pareti sono attaccati quadri astratti che mettono un po’ d’ansia, la poltrona sulla quale siedo sento che avrebbe molte cose da raccontarmi e in giro per i tavolini è pieno di voucher di dubbia provenienza. Ne prendo uno: c’è una donna in bikini con le stelline, biondissima, cotonatissima e porchissima, se proprio ve la devo dire tutta. Poi mi accorgo di un quadretto nascosto sotto i volantini. Del tipo foto stampate su tela. Vedo solo una mano ingioiellata e penso subito al papa e non so perché, ma non ce lo vedo bene un quadretto del papa qui dentro. Scosto i 50 foglietti e mi trovo davanti un signore in giacca e cravatta, con una faccia da Rocco Siffredi. Non è lui, ma c’ha quel non so che. Anche se è solo un mezzo busto.
La ragazza è uscita e mi dice arrivederci con un sorrisino ignobile. E la segretaria, o quella che sembra una segretaria, mi accompagna nell’ufficio. Il capo mi fa uno sguardo che sembra dire: e quest’altra chi è? E io gli dico: eh sì lo so, mi sa che c’è un po’ di affollamento oggi. Questa cosa lo fa ridere tantissimo, per motivi che ancora mi sfuggono. Mi siedo, lui sorride e mi dice: dai, parlami un po’ di te. Lo faccio, mentre mi guarda. Con quello sguardo di chi non sta sentendo una parola di quello che dici. Niente di lussurioso, più come se stesse controllando lo stato delle cose: occhi, naso, bocca, orecchie. A un certo punto pensavo mi chiedesse di alzarmi. Così. Per ascoltarmi meglio.
Concludo con la voglia di dirgli che adoro sgozzare capretti, giusto per vedere se reagisce. Mi chiede cosa faccio nel tempo libero. Genio. Sai che per il tempo libero, bisognerebbe avere un lavoro?
Poi parla lui, con la sua voce un po’ melliflua, con quello sguardo un po’ malizioso e mi dice “mi serve che tu corregga gli articoli per il giornale”. Sì, lo so fare. “Poi c’è da curare la parte amministrativa”. Sì, lo posso fare. “Ma la cosa più importante sarà seguire i rapporti con i clienti, mantenerli attivi, trovarne di altri”. Sì… Anzi no. Aspetta. Gli dico: “i clienti che sarebbero poi gli sponsor?” E lui “sì, certo, gli sponsor per il giornale, per la tv, anche. Ma anche tutti gli altri clienti, perché noi ci occupiamo di molte cose”. Ammiccamento.
Scusa, se avete un giornale, una tv e, probabilmente, organizzate eventi, di quali “molte” cose stiamo parlando?
“Qui potrai conoscere un sacco di personaggi famosi, molti vipss, perché è quella la clientela che trattiamo e poi, certo, avrai possibilità di carriera. Man mano che vai avanti, aumentano le responsabilità”. E io mi sa che non le voglio, tutte queste responsabilità.
Mi dice che ci sarà un periodo di prova, a fine luglio. In cui lui mi seguirà passo passo e poi sarò talmente autonoma che potrò stare nell’ufficio da sola. A seguire i clienti. Dopo un contratto di 6 mesi, a 1000 euro, se il rapporto funziona, mi fa un indeterminato. Dove io, sarò l’unica assunta.
La prova durerà 10 giorni, perché a lui bastano 10 giorni per capire se una è adatta a quel lavoro o no. E mentre sto lì a chiedermi “perché a me” gli risponderei volentieri che forse, per quello che intende, bastano anche un paio d’ore. Se è bravo.
Prima di congedarmi si appunta in silenzio qualcosa su un foglio e mi dice che mi richiama martedì o mercoledì.
Scendo le scale, soffocandomi una risata in gola. Esco dal portone che quella ritorna su, più forte di prima. Non so bene se è una crisi isterica o solo la situazione grottesca che ho appena vissuto, ma io rido, rido in mezzo alla strada perché, penso, c’è mai stato un colloquio più perfetto per il mio blog?