Per fare la scrutatrice si dovrebbe mandare un foglio compilato non-so-bene-dove e aspettare di essere convocati da non-so-bene-chi a un seggio. Io non ho mai fatto domanda. Non me ne sono mai interessata. Ma, come si è visto, ci sono dei periodi in cui ti interessi di molte cose impensabili. Così, referendum domenica e lunedì. La vostra Fra, che è una tipa furba, era convinta che bastasse presentarsi davanti a un seggio a caso dei dintorni prima delle 7 di domenica per sperare di beccare una sediola. Nel dubbio che mi coglie sabato pomeriggio, telefono a quell’amico che abbiamo un po’ tutti, quello che almeno una volta l’ha fatto, lo scrutatore:
Ehi, ma per tappare i buchi lasciati dagli scrutatori disinteressati, a che ora devo andare domani alla scuola? E l’amico: Mah, veramente dovresti andarci tipo… un’ora fa.
Esco di corsa di casa e arrivo in sede trafelata. Dentro ci sono già una ventina di rumorose persone e una bidella in mezzo a tutte tipo palo della cuccagna che sta tenendo una lista di nomi di quelli che arrivano e vogliono prenotarsi. Bene bidella, brava, che eviti le risse così. Sono la sesta.
E comincio a guardarmi intorno. C’è un ragazzo che avrà forse 22 anni, ma se ne sente addosso 60. O almeno, quando hanno inventato il sistema elettorale, lui era già lì. Uno dei padri costituenti. E’ una di quelle persone che godono del suono della propria saccenza. Lui mi guarda e mi fa “prima volta eh?”. Oddio. Sì. E che è, la sala parto? Devo essere nervosa? Mi dice di stare tranquilla e mettermi lì vicino, tanto è facile. Oggi è facile. Ci chiameranno in ordine e andremo dentro a contare i nomi nei registri e le schede. Una cosa di un paio d’ore. Lui è un veterano. L’ha già fatto. Lui sa come funziona.
Cerco di mettere tra di noi la spessa porta d’ingresso andando a fumare una sigaretta, quando guardo dentro e noto uno strano fenomeno: è uscito un uomo distinto che con qualche potere sconosciuto è riuscito a raccogliere intorno a sé tutte le persone in attesa. Se avete bisogno di rimorchiare, ricordatevi che basta essere presidenti di seggio e avere in mano il foglio dell’appello. Mi guadagno la prima fila a suon di gomitate e a un nome rimasto senza risposta, lui mi guarda e mi dice “Ok, vieni tu”.
Ammazza che bello. Magari tutti i miei colloqui fossero andati così!
Mi sto per aggrappare al suo braccio con tutto il mio peso, quando il gallo del pollaio 22enne gli dice “Eh, no, guardi che per le sostituzioni abbiamo fatto una lista, bisogna andare in ordine”. Che un colpo di tosse ti colga e censuri tutto ciò che hai da dire per i prossimi 5 minuti. Catalizziamo gli sguardi sull’unico soggetto che ha voce in capitolo: lui lo guarda con aria di sfida, io con gli occhi da gatto con gli stivali di shreck. Il presidente guarda me come se volesse adottarmi, poi lui come se volesse strozzarlo, e poi la bidella, come se volesse chiederle la maledetta lista. E l’unica cosa che mi resta da fare in quei 5 secondi trascorsi è un risolino da gallina deficiente e un sibilato ”Ah, è vero” che sembra convincere tutti.
Mi siedo quatta quatta sulla panca e aspetto. Entra un signore sulla sessantina con occhiali da sole, codino dietro la nuca che spunta da un cappello con visiera verde militare style vecchio comunista anni 60. Un Vasco Rossi magro con l’acconciatura di Ligabue in pratica. La bidella lo saluta sorridendo “Buonasera presidente”. Lui tira dritto sorridendo e lei ci fa: “Quello è tutto matto, ma anche il più preciso”. Lui entra nel corridoio dopo essere stato fermato da una ragazza, che gli mostra un foglio, ci confabula un po’ e poi va via al suo seguito.
Il nostro gallo del pollaio ricomincia a sgallinare. Che fa quella? Che entra? Ma c’è una fila da rispettare! Guardia! Mi scusi, guardia, ma lei dovrebbe far rispettare le regole qui dentro, adesso va lì e porta fuori quella ragazza. La guardia lo guarda. Ovviamente. Lo ascolta. E poi gli risponde paciosa che lei, lì, non può fare niente. In compenso noi gente in fila vorremmo commettere un omicidio. Nel caso, guardia, lei potrebbe non guardare?
Piano piano il corridoio risucchia il gallo e gli altri nomi prima del mio e nell’atrio restano 4 persone: la bidella, la guardia, il mio ragazzo e io. E’ tutto silenzioso e calmo, adesso. E forse è ora che rinuncio, anche. Esco e accendo un’altra sigaretta, l’ultima sigaretta che poi dici, uno continua a fumare. Sto sulle scale d’ingresso quando spunta una pipa dal portone. E dietro la pipa, nell’ordine, appaiono una visiera, un naso, degli occhiali e un codino. No.
E’ lui. E’ Ligabue Rossi. Il matto.
Non mi dice niente sulle prime. Io fumo. Lui fuma. Ci studia. E dice: ma che state aspettando per entrare? Eh, io sì, vorrei tanto ma tanto fare la scrutatrice io. E allora dai, vieni con me. Mi tocca buttare tutto e seguirlo di corsa perché mica si è girato a vedere se effettivamente avevo eseguito l’ordine. Arriviamo in un’aula già pronta, praticamente. I tavoli, gli scatoloni, la ragazza che conta le schede, il segretario chinato sui verbali e un altro che passa tonnellate di scotch intorno a qualunque cosa.
Il presidente entra e dice: ah, ok, siamo tutti. Prepara un banchetto e due sedie. Mi dà una matita e i registri e mi dice “conta”. Conta tutti i nomi. Tre volte. E poi passalo all’altro scrutatore. Scambiatevi i conti e vedrete gli errori. Continuate a contare lo stesso registro e non ci capirete mai niente.
Mi sento nella nuova repubblica popolare cinese. Posso salutare il mio compagno di banco, ser? Dopo 10 minuti mi sembra di impazzire, odio la demografia del quartiere tutto. E le zanzare mi stanno sfilando i pantaloni, perché dei miei piedi non è rimasto un solo lembo di pelle pizzicabile.
Il bello della Cina è che il sistema militare funziona a tal punto che dopo due ore abbiamo finito. E la mattina, arriviamo per primi. E usciamo per primi. E così, anche il giorno dopo. Il mio gruppo ha scrutato tutte e 4 le schede di 700 elettori in due ore. Perché noi valiamo.
Devo dire che l’esperienza è stata quasi mistica: c’era un’aria alla Giorgio Gaber, la gente che è venuta a votare per il referendum era emozionata come il primo giorno di scuola e alcuni hanno anche provato a portarsi via la matitina. Ho visto anziani che si reggevano in piedi a malapena consegnare fieri la loro scheda e giovani alla prima esperienza ricevere l’applauso una volta votato. Ma niente di tutto questo può eguagliare la follia del mio presidente.
Perché c’è il momento in cui nessuno parla, ci sono 3 cabine su 4 occupate e chi è preso a segnare i dati, chi a timbrare fogli, chi legge il giornale… In quel momento in cui c’è la signora ottantenne incazzata che la senti da fuori spezzare la punta della matita facendo i solchi sul “sì” (probabile) o sul “no” (improbabile) della scheda. Lì, quando non vola una mosca, tutti sentono la suoneria di un cellulare:
http://www.youtube.com/watch?v=TRUtnxWOlJA
E il presidente tira fuori il suo nokia con lo sfondo di che guevara e risponde. Così. Perché non siamo di parte, in questo seggio, no, no, no. Lei vuole mettere una X sul no, signore? Guardi che qui potrebbe capitare un incidente. Potrebbe, per caso, crollarle la cabina addosso. Poi, vada a lamentarsi con la guardia.
Domenica pomeriggio. Il presidente è seduto vicino a me e cerca di avere notizie sulla mia vita in egual misura a quelle che ha fornito lui sulla sua. Vorrei dirglielo che ho 40 anni di meno. A un certo punto, mi prende la mano. Me la strapazza tutta e comincia a vedere le righe. Ah, dice, sai che sono bravissimo a leggere la mano.
Figo. Meglio delle parole crociate. Mentre le cerca, mi dice che io sono come un felino. Ho l’aspetto mansueto, ma è tutta apparenza. Sì, gli dico. In realtà è tutto il contrario, ma lungi da me mancare di rispetto a un anziano. Mi dice che avrò la vita lunga. Anche se a un certo punto è sottilissima, forse affronterò una brutta malattia. Guardo il mio pacchetto di camel, non so perché.
Mi dice che avrò due figli e mi allarga gli spazi tra un dito e l’altro, spiegandomi che da lì deriva il detto “hai le mani bucate”. Spendo i soldi con facilità. Fantastico! Gli rispondo che per questo ho già trovato la cura: basta non avere uno stipendio! A proposito, la mia linea del lavoro è corta. Sottile. E la linea della fortuna, che per vostra informazione è quella più verticale di tutte, si spezza esattamente dove comincia quella del lavoro, quindi proprio non c’è speranza. Fortunati voi, lunga vita a questo blog!!
Sfortunata me, che alla fine mi sono sentita dare un 6 e mezzo. “Hai una mano da 6 e mezzo”.
Beh, grazie Mr. President, vorrei dirti che ti stupirò con effetti speciali, ma non voglio incentivare nessuna sfiga residua. 6 e mezzo è meglio di 4. Me lo dicevo sempre ai compiti di matematica.