Se i complimenti fossero lavori, non avrei più tempo da dedicare a questo blog. Contratti come se piovesse. Se vi prometto che continuerò a scrivere, voi, la piantate di gufare? Mi sembra un buon compromesso suvvia.
Mi sono accorta che finora ho parlato di tutto fuorché del primo colloquio serio della mia vita. E bisognerebbe rendergli giustizia. Perché la cosa più bella del prendere coscienza dell’esistenza del problema “disoccupazione” è ricordarti di quando eri piena di illusioni e non sapevi quanto difficile fosse risolvere quel problema.
Cosa saggia sarebbe cominciare dallo stage in casa editrice. Ma voglio lasciarlo in sospeso come tema del prossimo post. Sarebbe saggio parlarne perché il “colloquio conoscitivo” che ho fatto a Milano prima di trasferirmi è stato effettivamente il primo colloquio della mia vita. Non che fossi completamente digiuna di esperienze lavorative, però i lavori fatti fino a quel momento erano arrivati per altre vie. Come iniziative private, intendo. Sprazzi di imprenditoria latente. Non mi aspetto sicuramente che leggerete le “altre vie” come indizio riferito a eventuali raccomandazioni, data la mia presenza qui, ancora, a sollazzare i vostri momenti di pausa lavorativa. Se avevo dei santi in paradiso e questi erano i risultati, non c’era più speranza neanche per Ruby.
Fine dello stage a Milano. Torno a casa e comincio a mandare cv. E comincio a mandarli in base alla cosa che mi è parsa più chiara del sole in quei tre mesi in casa editrice: fare l’intellettuale ti dà un sacco di gloria, fare il grafico un sacco di grana. Che me ne basterebbero la metà, per farci tutti i viaggi low cost del mondo. Io? Mai stata un’intellettuale. Sempre voluto fare la grafica nella vita, io.
Quindi senza eccessivo sforzo mando un paio di cv nel mese di dicembre. E, sarà che l’ottimismo causato dall’incoscienza ti trasforma in una cisterna di karma positivo, uno dei due mi contatta. Wow. Il 50% di probabilità. La fantascienza esiste. In tutti i sensi.
Infatti, lui mi scrive all’indirizzo che io ho su infojobs. E come dargli torto. Solo che quello è un indirizzo farlocco, una mail che ho da anni e che oramai non controllo più. Siccome credo nel sesto senso il giorno X alle 20 mi dico: andiamo a cancellare un po’ di porcherie dall’indirizzo di tiscali. Accedo e trovo una mail intitolata: colloquio conoscitivo. Apro la mail con il cuore che mi rimbomba dentro alle gengive e leggo che il mio nuovo ipoteticissimo capo mi aveva dato appuntamento per le 17 del giorno X. Guardo l’orologio. Poco male dai, un ritardo di 3 ore. Poteva andare peggio. Potevo non leggerla mai. Lo ripeto come un mantra per evitare di spaccarmi il pc sulla testa sperando che vinca lui.
Mentre penso a come risolvere il problema cambio in uno stato di trance la mail di riferimento di infojobs. Questo per il futuro. Il giorno dopo lo chiamo. Gli dico: senta, signor Guffredo (nome di fantasia assurdo come quello reale), mi scusi tanto ma…
L’ho già detto che non sono sana di mente vero? Perché in quel momento, avrei dovuto mentire. Avrei dovuto dirgli: senta però pure lei, mi manda una mail e vede che non rispondo, ma mi vuol chiamare? Io ero in settimana bianca. Ero in missione per l’Onu. Stavo in giro con le sorelle della carità.
Io no, invece, gli dico: sa, mi scusi, ma io quella mail non la controllo spesso.
Il signor Guffredo si dimostra uomo di grande comprensione. Nonché abbastanza nullafacente da passare con una sconosciuta 40 minuti al telefono, chiacchierando dei massimi sistemi. Il lavoro, la società, l’università, la musica. Che bello, vecchi amici. Mi dice di andare a trovarlo passato il weekend. E dire che pensavo volesse uscire con me sabato sera e discutere del surriscaldamento globale.
Arrivo in una zona di roma dai più ritenuta chic ma che al calar del sole si trasforma in un moulin rouge a cielo aperto, con tanto di papponi che mi guardano di sbieco. Perché è il mio primo colloquio e, come da copione quando sono in ansia, arrivo con mezzora di anticipo. Quindi la trascorro in strada e se non fossi vestita da persona seria probabilmente sembrerei la concorrenza. No, signor pappone, la prego, sono qui per un futuro migliore, magari ne riparliamo a maggio.
Alle 17.30 e un secondo suono il campanello.
Guffredo sembra diverso dal nostro colloquio telefonico perché come prima cosa mi rinfaccia la mail. Guardandomi come per dire: straccio di cretina, ma quanto sei cretina? Ci resto un po’ male, pensavo l’avessimo superata. Mi siedo e chiedo scusa, me lo merito. All’inizio siamo in compagnia di una ragazza, 28 anni massimo, completamente pazza. Laureata col massimo dei voti in lingue, appena tornata da Parigi, che ha deciso di pubblicare con lui una nuova freepress che parla di arte. No, dico, tu devi essere fuori di testa ragazza mia. Te ne vai da Parigi per sfondare in Italia con l’editoria artistica? Lasciami il tuo numero, appena finisco qui ti dico i settordicimila motivi per cui dovresti farti vedere da uno psichiatra. Uno bravo. Passa quella mezzora a vantarsi delle sue conquiste. Ha inciso un cd. Me lo fa vedere. Ha anche pubblicato un libro. Ah, un libro… ce l’hai qui? Appena riesco a impugnarlo, mi rendo conto di essere un po’ deviata. Scusatemi, ma studiare l’editoria per un anno intero ti fa diventare snob. Quindi l’unica cosa che riesco a notare del libro è che l’ha pubblicato con una casa editrice a pagamento. Cerco di non sghignazzarle in faccia perché poverina, lei ne va fiera. Pensaci, sul lasciarmi il numero, posso aiutarti.
Se ne va. E Guffredo mi si siede vicino. Il motivo dovrebbe essere chiaro alla maggior parte di voi ed è chiaro a me, in quel momento, in quanto io donna e capace di capire il linguaggio corporeo di un uomo che tutto vorrebbe fare con te, tranne un colloquio. Stiamo così due ore in cui lui mi dice che sono una così brava e bella ragazza, che gli piacerebbe molto avermi con sé. Gli dico senti, Guffrè, francamente parlando a me servono i soldi. Come la mettiamo? E lui mi dice che essendo io una senza molta esperienza come grafica editoriale, la prima rivista impaginata la facciamo insieme, vicini vicini, e quindi non mi paga. La seconda la facciamo sempre insieme, ma con un po’ più di autonomia, e quindi mi dà 150 euro. La rivista è un bimestrale. Quindi il periodo, privato dei cuoricini svolazzanti, si sintetizza in 150 euro per 4 mesi.
Vedo i miei viaggi low cost volare via, senza me dentro.
Io ti farò sapere, Guffrè. Lui mi saluta e mi dice che mi chiama in settimana. Non so che concetto abbia di “settimana” ma ho avuto l’onore di risentire la sua voce solo due mesi dopo. “Ciao fra, sono guffredo!”. E io, appena tornata dal colloquio della professione a sorpresa, riesco solo a pensare all’assurdità di quel nome. Mi dice, sai, volevo chiederti se eri ancora interessata. Alla rivista. E io: sì guarda, non so, sono appena tornata da un colloquio, devo tirare le somme.
Lui mi dice che mi richiama, venerdì. Questo venerdì ipotetico ancora non è arrivato. Magari intendeva tra due anni.