Voglio lavorare in una casa editrice

Questo l’ho fatto. Per soli tre (intensi) mesi della mia vita, ma l’ho fatto.

Come introdotto, è stato il mio primissimo colloquio, anche se non erano passati proprio due giorni dalla laurea. Ma per un anno intero ho tratto beneficio dalla giovane età, che mi ha permesso di sollazzarmi in sogni di imprenditoria che forse funzionerà o forse no tantoèuguale. Senza perdere tempo ad aggiornare perennemente lo “stato delle tue candidature” sui vari portali, ho tirato su una bella fabbrica di siti internet insieme a due amici: marketing, grafica e programmazione. Interi pomeriggi passati in una camera a ragionare e progettare e a cercare di aggiudicarsi l’ultima jelly belly al gusto “pop corn al burro”.

Così, quando andai a Milano per il “colloquio conoscitivo” non avevo la benché minima idea di cosa aspettarmi. Grande forza, a volte, l’ignoranza: quando non avere coscienza del problema è parte della sua soluzione. Ma non in questo caso. Qui, non avere coscienza di quel che stava per succedere, mi ha definitivamente stroncato.

Non sapevo cosa volesse dire per davvero trovarsi davanti a uno che ti dice “Ciao, non è che ti va di farmi una sintesi delle tue esperienze?”. No. Cioè, è una domanda? Perché non sono preparata. Quindi, preferirei parlare d’altro. Il viaggio è andato bene, per dire.

Fare a qualcuno la sintesi di quello che sei è una delle cose più difficili. In 2 minuti devi dire tutto quello che hai fatto per arrivare su quella sedia, coerentemente e senza includere i fatti di vita che ti rappresentano sicuramente di più, ma che nel curriculum non sono scritti. E’ come sedersi alla cattedra per dare un esame e sentire il pavimento aprirsi in una voragine quando il prof dice “partiamo con un argomento a piacere”. Lo fanno per metterti a tuo agio, ma la verità è che possono accadere due cose: la prima, scegli di raccontare la notizia che ti ha incuriosito (se c’è stata) e fai una gran bella figura, la seconda, scegli quello che pensi di ricordare meglio, ma al quarantesimo secondo di chiacchiera ti accorgi che ti stai affossando da sola e anche con un certo brio. E io ero affezionata, a questa seconda opzione.

A un colloquio vero, se non ti prepari adeguatamente, fai prima a inventarti qualcuno che non sei. Mah, guardi, io disinnesco bombe da quando ho 6 anni. Ho pensato che la correzione di bozze fosse tutto sommato alla mia portata.

Il copione è stato esattamente così. E, manco a dirlo, non sono stata in grado di cavarmela granché bene. Ma calcolando i danni che potevo essere in grado di combinare una volta sopraggiunto il panico, sono riuscita, se non altro, a sembrare innocua. Poco professionale, poco interessante, poco colta e un po’ cretina, la persona perfetta per una casa editrice. Ma capita che quando paghi 3.500 euro per un Master e per lo stage che include, puoi anche andare lì e fare le capriole dentro l’ufficio, il lavoro al 99% è tuo.

Negli attimi in cui stai facendo di tutto per stabilirti in quell’1%, basta sorridere e dimostrarti una che, anche volendo, non potrebbe manomettere la fotocopiatrice, quindi poco male. Tanto, parliamoci chiaro: mi dai mica uno stipendio decente?

Sono stati carini però. Il primo giorno di lavoro non ci hanno neanche provato a lasciarmi nel cucinino a fare i caffè. E siccome in certi casi parto in sordina e poi mi trasformo in un jet, credo di poter dire che siamo rimasti decentemente soddisfatti dal mio stacanovismo successivo. L’avventura è finita per una serie di validi motivi, primo tra tutti e lo dico a chi finisce qui cercando su google “lavoro in casa editrice”, è che il mondo dell’editoria se la passa male. Un po’ ci marcia e un altro po’ se la passa molto male. Quindi non assumono o, se lo fanno, non ti pagano. E certo non avrei fatto dei sacrifici tali per restare in una città orribile.

Il problema del fare uno stage o, diciamo, qualunque lavoro, arriva dopo. Quando ai colloqui successivi passano il dito sui paragrafi del tuo cv come la prof del liceo sui nomi dicendo “interroghiamo… interroghiamo…”, si bloccano, lasciano il dito lì e mentre alzano il viso dicono “ma com’è che qui ci sei stata solo 3 mesi?”.

Eh, sa, ho manomesso la fotocopiatrice e dopo l’ho spaccata in testa a uno che mi aveva fatto una domanda cretina.

Vede, ora le spiego una cosa, il mio datore di lavoro era un po’ come lei: non aveva soldi da spendere e quindi prendeva stagisti, perché non devi pagarli tanto, non sono troppo rumorosi e li puoi cambiare dopo un po’. Quindi, sono contenta di averle fatto capire così che non è il solo al mondo a praticare questo metodo. Io, per dirle, sono contenta di non essere la sola al mondo impossibilitata a trovare un lavoro retribuito. Sento che il problema non sono io. E lei, si sente meglio?