AAA Cercasi annunci (seri)

Sto rivivendo come in un sogno i miei momenti di studentessa universitaria passati ormai, ahimè, da più di 4 anni. Sveglia tardi, giro su internet e l’orologio segna le 12. E che fai, ti metti a studiare a un’ora dal pranzo?

No! Ovvio! Scrivi sul blog!

Questo per dire che con la maturità non si diventa più seri riguardo allo studio imposto dalla data dell’esame. Non ci sperate.

Insomma, ok. Vi dico il motivo per cui non ho più fatto colloqui. Primo, non mando più lo stesso numero di curriculum di prima. Causa università, causa adattamento, causa, soprattutto, il secondo motivo. Adesso mi sono assunta in quello che nelle aziende viene definito “selezione del personale”, ma che non essendo io un’azienda diventa “selezione delle sòle”. Sono diventata talmente brava che capisco già dal testo che tipo di annuncio è.

Questa mattina, quello che mi porta a scrivervi, è il classico tipo di annuncio transgenico: sembra genuino come il biologico, ma è un’altra cosa. Oppure, è scritto proprio male. Perché quello che vuoi appena finito di leggerlo non è lavorare per loro, ma dargli dei soldi. Insomma, uno spot, per capirci. E non ve lo linko e non vi dico dov’è perché non mi va di fare il loro gioco. Trattasi di un’etichetta discografica (ma va? Esistono ancora le etichette discografiche?? Sì, sono scelte competitive), che cerca uno stagista (e che ve lo dico a fare) per “ufficio stampa, web e booking”. Uno si aspetterebbe che dopo le titolazioni, si passi a discorrere di cosa ti serve per essere ammesso al posto. E invece no. Basta tanta passione. Tanta passione che, si sa, ai datori di lavoro li manda in brodo di giuggiole.

“Tu che sai fare?”
“Niente. Ma sono appassionata”
“A che?”
“Non so. A quello che le piace a lei sicuramente”

Assunta.

Insomma bisogna essere appassionati alla musica. Non a tutta, e qui cominciamo. Perché questa è solo l’introduzione. Ci sono scritti 3 tipi di generi musicali che fanno da lancio al messaggio pubblicitario. Perché ne sono convinta? Perché le righe di ricerca dello stagista sono due. Poi c’è un paragrafo di 15 righe 15 in cui viene osannata l’etichetta, quello che ti aspetteresti di vedere nel “chi siamo” del sito o di leggere in un articolo che parla (bene, molto bene) di loro.

Per farla breve, finito l’annuncio tu hai voglia di sentire un cd. L’unica cosa che il loro web manager non ha fatto è inserire un link. E io lo licenzierei, ve lo dico. Perché potrebbe anche essere un link in gergo definito “no-follow”, cioè che non ti dà punti agli occhi di google e quindi non ha effetti sulla tua posizione nella ricerca, ma se la gente arriva sull’annuncio, come tu auspichi, ci clicca su.

Insomma, ora mi viene da scrivergli per dirgli che io saprei fare di meglio. E sarebbe molto simpatica, come cosa, ma se sono gente seria negheranno come non mai e mi becco pure qualche parolaccia. Quindi, restiamo con l’interrogativo che, ne sono certa, vi leverà il sonno la notte.

Poi ci sono gli annunci occhiolino. Sono quelli che ti arrivano con una stringa che ti promette soldi a palate, posti di lavoro stellari, in altisonanti aziende e tu ci caschi. La prima volta. La seconda volta cominci a leggere le parentesi. La terza volta non apri neanche la mail. Sono gli annunci dei master, in particolare di uno che sta bombardando il web, che per solleticarti il palato, partono dalla fine. Dove nella fine no, non c’è il prezzo del master. C’è la grande terra promessa, l’eldorado, l’isola del tesoro, tutti tuoi. Se li paghi. Per un mondo migliore.

In ultimo, piccolo spazio assurdità: ho scaricato la posta, l’altroieri. Il contenuto della posta è una certezza della mia esistenza. So già cosa ci troverò e perché. Quindi abbiamo: Jobalert, 3 mail al giorno per 3 parole chiave, infojobs, ACTL sportello stage e, ogni tanto, Lavoro.org che si ostina a volermi trasformare in “agente di vendita”.  Ecco, qualche giorno fa, trovo una mail da “MioJob”. Mi dico “E che è? Perché non lo conoscevo? E soprattutto perché mi ha trovato lo stesso??”. Mentre immagino che la blogosfera cominci a provare pena per me, la apro. E mi metto a ridere. Perché io su Miojob mi sono iscritta qualcosa tipo 2 anni fa. E l’unico annuncio che mi è arrivato è stato questo:

Commerciale nord Italia (e già cominciamo male)
Personal Consulting - Per azienda industriale germanica operante nella tecnica agraria (dai siamo seri)
È Suo compito curare ed ampliare il portafoglio clienti, operando in autonomia ed orientato al risultato.
Ha preferibilmente esperienza in un settore simile e buona conoscenza della lingua tedesca (Ah, questo sì che è un climax!).

La sintesi qual è? Che il mercato agrario è in grande espansione. E che devo controllare le parole chiave messe sul portale, perché, in definitiva, non ci siamo proprio capiti.

Voglio fare un corso gratis di Formazione

Questo non è il solito post (che arriva, come annunciato, il 27). Questo è per spiegarvi i motivi della mia latitanza. Per riaccendere il vostro interesse. Per ricordarvi che questo blog c’è. E vi pensa.

Primo, sto facendo la specialistica. Perché? Perché serve? No. Non serve. Cioè, forse un po’, tipo per aumentare il numero dei caratteri su Word quando aggiornate il curriculum. Sicuramente non basta a convincere il vostro datore di lavoro a pagarvi, sempre che abbia bisogno di motivi ulteriori al fatto che state invecchiando senza un contributo uno per la vostra impossibile-da-raggiungere pensione. Però serve ad avere stimoli mentali. Tipo: hai studiato scienze della comunicazione. Hai studiato un sacco di esami inutili che ogni volta aprivi le fotocopie e quelle facevano “cric” ti dicevi “ma a me, della filosofia del linguaggio, che me ne importa”? Però la studiavi perché dovevi. Ed ecco, in un impeto di masochismo, ho capito di aver bisogno di nuovo di quella sensazione lì. Quella di studiare roba “inutile” che però, se finisci davanti a un articolo che parla di Chomsky, ti senti una gran figa a sapere chi è. Perché io c’ho la cultura. Non ho i contributi e se mi guardi in faccia, lo so, non sembra, ma ne so a pacchi.

Il mio cervello ha un po’ sete ecco. Quando comincerò ad avere anche un po’ fame, giuro, spero di incontrarvi alla Pam sotto casa e fare una chiacchierata mentre vi batto la spesa e mi sbaglio a dare il resto.

Secondo. Ogni due anni su infojobs io rispondo a un annuncio specifico. Due anni fa era per un corso di grafica, gratuito. Alcuna chiamata pervenuta. Quest’anno lo stesso ente organizzava un corso di web marketing. E io gli invio il cv. Un po’ perché ne ho bisogno, ogni settimana, di inviare un cv. E’ una routine rincuorante. Secondo perché dovete sapere che il 70% delle entrate casuali di questo blog arriva da gente che su google ha cercato “social media specialist”. Finisce in questo post. E mi si fidelizzano i lettori. Alcuni mi offrono addirittura dei lavori. Certi mi fanno sbattere in un periodo incasinatissimo della mia vita per poi darmi il due di picche, altri mi chiedono di animargli i forum con il mio piglio comico, senza ovviamente pagarmi. Ma tant’è.

Dulcis in fundo, negli ultimi tempi c’è stato un vero e proprio picco di richieste per le professioni del web. Più dell’”addetto controllo movimento merci” di cui abbiamo già parlato qui, ci sono lì fuori datori di lavoro in preda al più assoluto panico, perché non sono nella prima pagina di google. O su facebook. O su twitter. Così, cominciano a pagare gente che vada a fare in ufficio quello che fa già a casa, tutti i santi giorni, da tempo immemore, gratis.

Siccome questa è gente vecchia maniera, spesso ti vedono, ti chiedono di fargli capire quanto ne sai, di social media, e tu lì a fare le capriole, per cercare di spiegargli che no, non ci hai mai lavorato. No, non li hai mai studiati. Ma porcamiseria hai 27 anni e tu c’eri. C’eri su facebook quando la tua lista di amici non poteva andare oltre le 20 persone perché non lo conosceva nessuno, c’eri con la prima versione di skype. Hai chattato su tiscali con il 56 k. E poi, prima di msn, su c6. C6 maledizione!! Capi, lo sapete cos’è c6?  La mia generazione è quella definita “dei nativi digitali”, perché noi abbiamo visto l’internet crescerci davanti come una cosa viva.

Loro si sono accorti dell’internet quando è diventato l’incredibile Hulk. Tu, gli hai cambiato i pannolini.

Quindi sì, caro capo, ci posso lavorare coi social media. Però no, non ho nessun pezzo di carta che possa dirglielo. E se non hai esperienza né titoli, è come essere il 200 miliardesimo risultato di google. E chi ti vede?

Quindi, il corso di web marketing alla fine ti rilascia un attestato che dice semplicemente: la qui presente allocca è formata per fare questo mestiere. Non perché ha passato ore nei sotterranei di Roma a sfrecciare all’estremo opposto della sua casa per giorni e giorni full time con obbligo di frequenza e sveglia alle 6.45. No. Questo corso, in definitiva, le ha dato una bussola per muoversi in un mondo che, per diritto di nascita (perdinci), conosceva già. La carta intestata serve per la tranquillità emotiva di un internet fobico che alzerà gli occhi e, con un certo compiacimento, dirà: ammazza, questa è giovane, però questo mestiere lo sa fare.

Gliel’hanno insegnato.

Voglio fare l’arrabbbiata

Non mi riferisco al primo piatto. Anche se non disdegno mai nulla, nel caso aveste voglia di venire a cucinare a casa mia la mia cena.

Ma ciao a tutti! Non scrivo da molto tempo, la mia carriera ne risente, le vostre visite ne risentono, ma facebook no. Misteri della fede. Ciao amici di facebook! Riapro questa pagina non per raccontarvi la mia esperienza porta a porta (non A Porta a porta, programma di alto contenuto intellettuale), proprio quello :”Dlin dlon” “Chi è?” “Francesca, signora” “Ah, vieni!”. Vieni? Ma se neanche mi conosci?

No. Non ancora. Quello è in attesa di un riassestamento della mia vena ironica.

Vengo a dirvi che il governo Berlusconi è scivolato su una buccia di banana. No, non mi riferisco agli 8 traditori. Mi riferisco a una cosa  sperduta nel web, che la mia posizione nelle vostre vite mi impone di condividere qui:

Addetto/a Stampa

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Cercasi addetta/o stampa laureata/o, part time, esperta/o in settori politici ed amministrativi. La persona ideale a ricoprire tale incarico dovrebbe essere simpatizzante del centro destra. Oltre alle relazioni con la stampa, il candidato dovrà anche curare ed aggiornare : sito internet – Facebook – Twitter – YouTube…ecc… Inoltre dovrà occuparsi di curare il periodico di informazione semestrale.
Per tanto si richiedono candidati che abbiano una conoscenza approfondita dei nuovi mezzi di comunicazione, oltre a motivazione, spirito di iniziativa, gioco di squadra e massima serietà. Il lavoro si trova fuori Roma, in zona collegata perfettamente dal trasporto pubblico. Il contratto inizialmente avrà la durata di un anno ed è rinnovabile, lo stipendio è ottimo. Oltre al curriculum, siete pregati di inviare un articolo da voi scritto di lunghezza standard, riguardante la crisi attuale che ha colpito l’Italia ed il ruolo di Berlusconi in essa.
N.B.: Saranno cestinate tutte le domande che non presenteranno: foto, curriculum con autorizzazione del trattamento dei dati personali ed articolo richiesto.
La trovate su Kijiji.
Lo stipendio è ottimo. Però non dimenticatevi la foto. E non dimenticate di dire che Berlusconi non c’entra NIENTE con la crisi attuale che ha colpito l’italia. Non posso mica insegnarvi tutto.
Io ci proverei, se non fosse che l’articolo lo devo scrivere per forza.

Faccio la scrutatrice

Per fare la scrutatrice si dovrebbe mandare un foglio compilato non-so-bene-dove e aspettare di essere convocati da non-so-bene-chi a un seggio. Io non ho mai fatto domanda. Non me ne sono mai interessata. Ma, come si è visto, ci sono dei periodi in cui ti interessi di molte cose impensabili. Così, referendum domenica e lunedì. La vostra Fra, che è una tipa furba, era convinta che bastasse presentarsi davanti a un seggio a caso dei dintorni prima delle 7 di domenica per sperare di beccare una sediola. Nel dubbio che mi coglie sabato pomeriggio, telefono a quell’amico che abbiamo un po’ tutti, quello che almeno una volta l’ha fatto, lo scrutatore:

Ehi, ma per tappare i buchi lasciati dagli scrutatori disinteressati, a che ora devo andare domani alla scuola? E l’amico: Mah, veramente dovresti andarci tipo… un’ora fa.

Esco di corsa di casa e arrivo in sede trafelata. Dentro ci sono già una ventina di rumorose persone e una bidella in mezzo a tutte tipo palo della cuccagna che sta tenendo una lista di nomi di quelli che arrivano e vogliono prenotarsi. Bene bidella, brava, che eviti le risse così. Sono la sesta.

E comincio a guardarmi intorno. C’è un ragazzo che avrà forse 22 anni, ma se ne sente addosso 60. O almeno, quando hanno inventato il sistema elettorale, lui era già lì. Uno dei padri costituenti. E’ una di quelle persone che godono del suono della propria saccenza. Lui mi guarda e mi fa “prima volta eh?”. Oddio. Sì. E che è, la sala parto? Devo essere nervosa? Mi dice di stare tranquilla e mettermi lì vicino, tanto è facile. Oggi è facile. Ci chiameranno in ordine e andremo dentro a contare i nomi nei registri e le schede. Una cosa di un paio d’ore. Lui è un veterano. L’ha già fatto. Lui sa come funziona.

Cerco di mettere tra di noi la spessa porta d’ingresso andando a fumare una sigaretta, quando guardo dentro e noto uno strano fenomeno: è uscito un uomo distinto che con qualche potere sconosciuto è riuscito a raccogliere intorno a sé tutte le persone in attesa. Se avete bisogno di rimorchiare, ricordatevi che basta essere presidenti di seggio e avere in mano il foglio dell’appello. Mi guadagno la prima fila a suon di gomitate e a un nome rimasto senza risposta, lui mi guarda e mi dice “Ok, vieni tu”.

Ammazza che bello. Magari tutti i miei colloqui fossero andati così!

Mi sto per aggrappare al suo braccio con tutto il mio peso, quando il gallo del pollaio 22enne gli dice “Eh, no, guardi che per le sostituzioni abbiamo fatto una lista, bisogna andare in ordine”. Che un colpo di tosse ti colga e censuri tutto ciò che hai da dire per i prossimi 5 minuti. Catalizziamo gli sguardi sull’unico soggetto che ha voce in capitolo: lui lo guarda con aria di sfida, io con gli occhi da gatto con gli stivali di shreck. Il presidente guarda me come se volesse adottarmi, poi lui come se volesse strozzarlo, e poi la bidella, come se volesse chiederle la maledetta lista. E l’unica cosa che mi resta da fare in quei 5 secondi trascorsi è un risolino da gallina deficiente e un sibilato ”Ah, è vero” che sembra convincere tutti.

Mi siedo quatta quatta sulla panca e aspetto. Entra un signore sulla sessantina con occhiali da sole, codino dietro la nuca che spunta da un cappello con visiera verde militare style vecchio comunista anni 60. Un Vasco Rossi magro con l’acconciatura di Ligabue in pratica. La bidella lo saluta sorridendo “Buonasera presidente”. Lui tira dritto sorridendo e lei ci fa: “Quello è tutto matto, ma anche il più preciso”. Lui entra nel corridoio dopo essere stato fermato da una ragazza, che gli mostra un foglio, ci confabula un po’ e poi va via al suo seguito.

Il nostro gallo del pollaio ricomincia a sgallinare. Che fa quella? Che entra? Ma c’è una fila da rispettare! Guardia! Mi scusi, guardia, ma lei dovrebbe far rispettare le regole qui dentro, adesso va lì e porta fuori quella ragazza. La guardia lo guarda. Ovviamente. Lo ascolta. E poi gli risponde paciosa che lei, lì, non può fare niente. In compenso noi gente in fila vorremmo commettere un omicidio. Nel caso, guardia, lei potrebbe non guardare?

Piano piano il corridoio risucchia il gallo e gli altri nomi prima del mio e nell’atrio restano 4 persone: la bidella, la guardia, il mio ragazzo e io. E’ tutto silenzioso e calmo, adesso. E forse è ora che rinuncio, anche. Esco e accendo un’altra sigaretta, l’ultima sigaretta che poi dici, uno continua a fumare. Sto sulle scale d’ingresso quando spunta una pipa dal portone. E dietro la pipa, nell’ordine, appaiono una visiera, un naso, degli occhiali e un codino. No.

E’ lui. E’ Ligabue Rossi. Il matto.

Non mi dice niente sulle prime. Io fumo. Lui fuma. Ci studia. E dice: ma che state aspettando per entrare? Eh, io sì, vorrei tanto ma tanto fare la scrutatrice io. E allora dai, vieni con me. Mi tocca buttare tutto e seguirlo di corsa perché mica si è girato a vedere se effettivamente avevo eseguito l’ordine. Arriviamo in un’aula già pronta, praticamente. I tavoli, gli scatoloni, la ragazza che conta le schede, il segretario chinato sui verbali e un altro che passa tonnellate di scotch intorno a qualunque cosa.

Il presidente entra e dice: ah, ok, siamo tutti. Prepara un banchetto e due sedie. Mi dà una matita e i registri e mi dice “conta”. Conta tutti i nomi. Tre volte. E poi passalo all’altro scrutatore. Scambiatevi i conti e vedrete gli errori. Continuate a contare lo stesso registro e non ci capirete mai niente.

Mi sento nella nuova repubblica popolare cinese. Posso salutare il mio compagno di banco, ser? Dopo 10 minuti mi sembra di impazzire, odio la demografia del quartiere tutto. E le zanzare mi stanno sfilando i pantaloni, perché dei miei piedi non è rimasto un solo lembo di pelle pizzicabile.

Il bello della Cina è che il sistema militare funziona a tal punto che dopo due ore abbiamo finito. E la mattina, arriviamo per primi. E usciamo per primi. E così, anche il giorno dopo. Il mio gruppo ha scrutato tutte e 4 le schede di 700 elettori in due ore. Perché noi valiamo.

Devo dire che l’esperienza è stata quasi mistica: c’era un’aria alla Giorgio Gaber, la gente che è venuta a votare per il referendum era emozionata come il primo giorno di scuola e alcuni hanno anche provato a portarsi via la matitina. Ho visto anziani che si reggevano in piedi a malapena consegnare fieri la loro scheda e giovani alla prima esperienza ricevere l’applauso una volta votato. Ma niente di tutto questo può eguagliare la follia del mio presidente.

Perché c’è il momento in cui nessuno parla, ci sono 3 cabine su 4 occupate e chi è preso a segnare i dati, chi a timbrare fogli, chi legge il giornale… In quel momento in cui c’è la signora ottantenne incazzata che la senti da fuori spezzare la punta della matita facendo i solchi sul “sì” (probabile) o sul “no” (improbabile) della scheda. Lì, quando non vola una mosca, tutti sentono la suoneria di un cellulare:

http://www.youtube.com/watch?v=TRUtnxWOlJA

E il presidente tira fuori il suo nokia con lo sfondo di che guevara e risponde. Così. Perché non siamo di parte, in questo seggio, no, no, no. Lei vuole mettere una X sul no, signore? Guardi che qui potrebbe capitare un incidente. Potrebbe, per caso, crollarle la cabina addosso. Poi, vada a lamentarsi con la guardia.

Domenica pomeriggio. Il presidente è seduto vicino a me e cerca di avere notizie sulla mia vita in egual misura a quelle che ha fornito lui sulla sua. Vorrei dirglielo che ho 40 anni di meno. A un certo punto, mi prende la mano. Me la strapazza tutta e comincia a vedere le righe. Ah, dice, sai che sono bravissimo a leggere la mano.

Figo. Meglio delle parole crociate. Mentre le cerca, mi dice che io sono come un felino. Ho l’aspetto mansueto, ma è tutta apparenza. Sì, gli dico. In realtà è tutto il contrario, ma lungi da me mancare di rispetto a un anziano. Mi dice che avrò la vita lunga. Anche se a un certo punto è sottilissima, forse affronterò una brutta malattia. Guardo il mio pacchetto di camel, non so perché.

Mi dice che avrò due figli e mi allarga gli spazi tra un dito e l’altro, spiegandomi che da lì deriva il detto “hai le mani bucate”. Spendo i soldi con facilità. Fantastico! Gli rispondo che per questo ho già trovato la cura: basta non avere uno stipendio! A proposito, la mia linea del lavoro è corta. Sottile. E la linea della fortuna, che per vostra informazione è quella più verticale di tutte, si spezza esattamente dove comincia quella del lavoro, quindi proprio non c’è speranza. Fortunati voi, lunga vita a questo blog!!

Sfortunata me, che alla fine mi sono sentita dare un 6 e mezzo. “Hai una mano da 6 e mezzo”.

Beh, grazie Mr. President, vorrei dirti che ti stupirò con effetti speciali, ma non voglio incentivare nessuna sfiga residua. 6 e mezzo è meglio di 4. Me lo dicevo sempre ai compiti di matematica.

Coming soon

Vi voglio molto bene, cari i miei fansss.

Ma dire che sono inguaiata in questo momento è un eufemismo. No, figuratevi se sto parlando di un lavoro vero. Quello ve l’avrei raccontato, tranquilli.

In pratica, non mollatemi. Pensatemi sotto l’ombrellone mentre leggerete l’ultimo libro di Federico Moccia e, con molto amore, augurerete a me tutti i soldi che ha lui, siccome li merito molto di più. E sappiate che ritornerò, come il vostro peggiore incubo, quanto prima.

Ho 3 post da “collabora con me”, uno da scrutatrice, uno da commessa e un altro sugli annunci truffa da raccontare.

E poi e poi e poi… E se vi dico tutto, quando vi ci rivedo qua??

Attaccatevi. E tornate. E diventate fan della pagina di Facebook così sarete sempre aggiornati.

Che l’afa sia con voi,

Miss.

Voglio fare la giornalista (2)

Stavo preparando il post sulla mia esperienza da scrutatrice. Ma poi stasera finalmente ho dato un occhio agli avvisi che Jobalert poverino si ostina a mandarmi tutti i giorni e che ultimamente non ho controllato. Scorrendo ne ho trovato uno di un’agenzia di stampa con la quale ho fatto un colloquio, un mesetto fa oramai.

Ancora. Sì, ancora. Ancora una volta vado da qualcuno, risate e strette di mano, pacche sulle spalle, grandi amici, ci sentiamo eh, in settimana cascasse il mondo, e quello non mi chiama. E il mondo non è ancora cascato. Vi chiedo scusa in anticipo per la profezia dei Maya, mi sa che sarà colpa mia.

Va bene. Ma non basta. Ancora una volta passa un mese, un giorno, una vita, e l’annuncio magicamente ritorna. Potrei arrabbiarmi. Ma non lo farò. Perché, se mi avessero chiamato, non ci sarei andata.

L’azienda in questione è un’agenzia di stampa, tipo Ansa. Però, poi dici la coerenza, quando gli ho chiesto come funzionava il lavoro, mi hanno risposto che loro scrivono partendo dalle notizie dell’Ansa. Ah. Bene. Alla faccia del posizionamento sul mercato. (Che poi, mi sono sempre chiesta: ma se l’Ansa è sopra a tutto, all’Ansa, le notizie, chi gliele dà?)

E’ estate e fa un caldo torrido. Io abito a Roma Sud e la sede dell’agenzia è praticamente a Piazza del Popolo. Se avessi uno stipendio cospicuo o un polmone buono da vendere, quasi che ci andrei, con la macchina. Ma no. Mi sento temeraria: prendo la metro. LE metro. Il trenino e lE metro.

E’ estate. L’ho già detto? Dopo 45 minuti di trasporto pubblico salgo le scalette di Flaminio che ho l’odore dell’umanità tutta che mi trasuda dai pori. Tutta Roma addosso a me. Faccio una bella passeggiata nella frescura di mezzogiorno e arrivo in ufficio talmente sudata che guardo la mia giacchina di cotone a manica lunga da colloquio e ho un mancamento. Se la indosso assorbirà tutte le mie ultime riserve di sali minerali e io morirò qui, col lavoro della vita perso per sempre. Pertanto, ne farò a meno. Non metterò la giacchina. Punto tutto sulla mimica facciale.

Mi siedo nella sala riunioni con il condizionatore spento. E che mica fa caldo. Dopo poco, arrivano due ragazzetti. Massimo 35 anni.

C’è il portavoce e quello che studia il linguaggio del corpo, credo. E’ stata l’unica deduzione possibile non avendo io assolutamente mai sentito la sua voce e avendo lui passato gran parte del tempo a guardarmi spiritato.

Mi parla, quindi, il ragazzo più anziano. Almeno dall’aspetto. Anche se non è che parla proprio a me. Siamo in 3 in un tavolo lunghissimo, siamo in 3 tutti vicini, posizione che richiede una sistemazione obliqua delle sedie, ovviamente. Ma lui, no. Lui ha i gomiti puntati sul tavolo e fissa un punto imprecisato tra la sedia dalla parte opposta e il muro. In pratica per tutto il tempo ho ascoltato un profilo. Perché prima di rendermi partecipe dell’altra metà di faccia lui deve dire al muro che lo stage non è retribuito, che gli serve qualcuno che li aiuti perché loro sono solo in due e che, ah, certo, io voglio sapere alla fine dello stage che succede. Certo. Solo quando finisce di dirmi che c’è grossa crisi e che lui può anche parlare con il direttore e dirgli che senza di me la vita non ha più senso, ma, capisci (capisco capisco) il direttore guarda più al suo portafoglio che ad altro e quindi, insomma, non sa, non ricorda, si giustifica… si gira e mi guarda.

E, probabilmente, nei miei occhi vede il suo viso completo, in fiamme.

Gli dico: lo stage non è retribuito? E lui: eh no, lo sappiamo, lo sappiamo che non è proprio il massimo. E io: no no ma capisco, la crisi. Però, vedi, pagarmi l’abbonamento dei mezzi e una bottiglietta d’acqua se mi viene sete, non deve essere tutto sto sacrificio. Tanto più che hai sottolineato, non è che farò fotocopie. Quindi, quando vengo, vengo a lavorare.

Eh sì. Lui è lì. Ha 35 anni. E vede in me quello che è capitato a lui fino a 3 anni fa. Capi che ti offrono una scrivania e non ti chiedono dei soldi solo perché ancora non è esplosa la moda di farlo. Ma succederà.

E’ palese che l’ho messo all’angolo e l’unica cosa davvero creativa che gli esce dalle labbra è: beh, all’inizio sarà così, poi magari dopo un paio di mesi un minimo di rimborso spese possiamo dartelo.

Quando vivevo a Bologna e qualcuno diceva una cazzata, la risposta era: se credi a questa, te ne racconto un’altra.

Grazie al cielo non ci credo. Perché un’altra non la volevo sentire. Comunque, ero pronta a questa scena. Quello che non mi aspettavo era che in tutti i suoi 6 minuti di conversazione con il muro, non avesse detto la cosa più importante. Il motivo per il quale ero lì. Così, siccome già sono arrabbiata e lo vedo in difficoltà, glielo chiedo. Scusa, sai, nell’annuncio c’era scritto che gli articoli fatti qui valevano per il patentino da pubblicista.

Panico, parte seconda. Ha fatto una faccia alla: oh mio dio, lo sa! Mi risponde che di questo, ne posso parlare con l’amministrazione. Ecco, l’amministrazione è un posto dove non vorrei mai lavorare. Perché tutte le volte che chiedi delucidazioni su fatti importanti, ti dicono di parlarne con l’amministrazione? Chi ci lavora, in amministrazione, Mr Wolf? (nel caso non abbiate visto Pulp Fiction: http://www.youtube.com/watch?v=mzCMs8JoUCc)

Si crea un silenzio imbarazzante. Con loro che ti chiedono se hai altre domande (magari che non li mettano in difficoltà, stavolta) e tu che vorresti solo metterti a inveire contro il sistema, lo stato, l’Italia, Berlusconi e poi augurargli un fallimento epocale entro il mese prossimo.

Forse una maledizione è arrivata però. Avranno preso una stagista che non si è rivelata all’altezza e ora sono a luglio, ancora in due, obbligati a scrivere un altro annuncio online nella speranza di trovare qualcuno che lavori, magari senza avere delle pretese.

Voglio fare la segretaria di redazione

Baricco disse: Capitano cose che sono come domande: passa un minuto, oppure anni, e poi la vita ti risponde

Comincio così. Perché a me capitano cose che sono soprattutto domande, sintetizzabili, per praticità, in una sola: “ma perché proprio a me?”. E la risposta è che ho sicuramente una qualche abilità paranormale, che tra una vasta scelta di situazioni possibili, mi fa andare con sommo gaudio verso la più improbabile. E ho un’impennata delle prestazioni, quando si tratta di colloqui. Per buona pace vostra e di questo blog.

Di solito, cerco di trovare il lato comico di quello che racconto anche quando ci sarebbe solo da piangere, ma ci sono casi in cui, davvero, le cose avvengono da sole senza richiedere da parte mia sforzo alcuno.

Questo è uno di quei casi.

Rispondo a un annuncio, sabato. Diceva solo: “Segretaria di redazione” per una società che si occupa di tutto il comunicabile. Pubblicità, eventi, tv ed editoria. Perfetto! Mando la mail e poi me ne dimentico. Martedì, a mezzogiorno, in mezzo al traffico, senza aria condizionata e un finestrino rotto che non va giù, con il rumore delle seghe elettriche che stanno tagliando gli alberi sulla via tutto intorno a me, squilla il cellulare. Nella convinzione che fosse la terza chiamata di mia madre, comincio a settare l’ugola al livello “alto”, perché se prendo una multa in quanto sprovvista di auricolare, sia chiaro, la colpa non è più del tutto mia. Invece il numero è sconosciuto. E rispondo, urlando comunque, perché ormai l’ugola era pronta e l’inquinamento acustico è ben oltre il limite umanamente sostenibile.

Dalla terra di molto molto lontano, sbiascicata, mi arriva una voce tombale. “Sono bshshshs della fondazione sbshhssshsh la chiamo per fissare un colloquio“. E io: “EEEH? SCUSI NON HO CAPITO NIENTE”. Chiudo il finestrino e sento finalmente che il redivivo vuole vedermi giovedì, alle 16. E, siccome ho imparato dai miei errori, gli chiedo se gentilissimamente può mandarmi una mail, così vediamo di chi si tratta. E poi perché sono in macchina. Sto guidando. E non ho l’auricolare. E siccome sono fortunata, dietro l’angolo sicuro c’è la municipale.

Stamattina, li cerco su google. O almeno ci provo. Peccato che non esistono. Non c’è niente, neanche una citazione in qualche altro sito, neanche un libro, una rivista, un refuso. Il nulla assoluto fino alla decima pagina, dove trovo una signorina bionda ammiccante che ringrazia queste fantomatiche “edizioniF.” per una serata organizzata al Gilda, una discoteca di Roma. Mentre cerco inutilmente di incastrare il concetto di casa editrice con quello di discoteca coatta, trovo associato a loro un secondo nome, al quale corrisponde la direzione di un settimanale, con articoli seri e interessanti.

Mi dico: dai che è la volta buona. Vado. Mi faccio un’overdose di training autogeno e vado.

Soliti 15 minuti di anticipo, ne uso 5 interi per capire dove devo suonare. Perché, di nuovo, il nome non c’è. Né le edizioniF. né il secondo. Mi metto da una parte a fare mente locale e arriva un’altra ragazza. Fuma un’intera sigaretta osservando attentamente il citofono anche lei, forse nell’attesa che il pulsante giusto cominci a lampeggiare. Soprattutto se quella non è solo una sigaretta. Ne arriva un’altra, la più furba di tutte, e chiede a uno dei muratori che stanno lavorando all’ingresso dov’è la sede dell’agenzia, perché lei deve fare un colloquio.

“E’ dentro, interno 1. Mo vado su e me faccio pagà da quelli che je sto a dirige er traffico qua sotto”. Io mi accodo, voglio chiederle se lei è venuta a capo del rebus che dall’annuncio ci porta al terzo nome sul citofono, ma dal suo sguardo capisco che pur di eliminarmi sarebbe disposta a giurare che in realtà trafficano illecitamente organi e vogliono in particolare i miei. Entra giustamente per prima e resta dentro 3 minuti scarsi. Lui le dice cosa c’è da fare, le chiede le sue esperienze e che cosa fa nel tempo libero (???), per poi liquidarla.

Io, mentre origlio, mi guardo intorno, colta da un’improvvisa voglia di scappare via. L’arredamento è da vecchia bettola degli anni 60. Il pavimento in cotto e i mobili sembrano usciti dalla casa di mia nonna. Quelli tristi. Quelli che tra di loro non c’entrano niente. Quelli a cui manca solo la puzza di naftalina. Alle pareti sono attaccati quadri astratti che mettono un po’ d’ansia, la poltrona sulla quale siedo sento che avrebbe molte cose da raccontarmi e in giro per i tavolini è pieno di voucher di dubbia provenienza. Ne prendo uno: c’è una donna in bikini con le stelline, biondissima, cotonatissima e porchissima, se proprio ve la devo dire tutta. Poi mi accorgo di un quadretto nascosto sotto i volantini. Del tipo foto stampate su tela. Vedo solo una mano ingioiellata e penso subito al papa e non so perché, ma non ce lo vedo bene un quadretto del papa qui dentro. Scosto i 50 foglietti e mi trovo davanti un signore in giacca e cravatta, con una faccia da Rocco Siffredi. Non è lui, ma c’ha quel non so che. Anche se è solo un mezzo busto.

La ragazza è uscita e mi dice arrivederci con un sorrisino ignobile. E la segretaria, o quella che sembra una segretaria, mi accompagna nell’ufficio. Il capo mi fa uno sguardo che sembra dire: e quest’altra chi è? E io gli dico: eh sì lo so, mi sa che c’è un po’ di affollamento oggi. Questa cosa lo fa ridere tantissimo, per motivi che ancora mi sfuggono. Mi siedo, lui sorride e mi dice: dai, parlami un po’ di te. Lo faccio, mentre mi guarda. Con quello sguardo di chi non sta sentendo una parola di quello che dici. Niente di lussurioso, più come se stesse controllando lo stato delle cose: occhi, naso, bocca, orecchie. A un certo punto pensavo mi chiedesse di alzarmi. Così. Per ascoltarmi meglio.

Concludo con la voglia di dirgli che adoro sgozzare capretti, giusto per vedere se reagisce. Mi chiede cosa faccio nel tempo libero. Genio. Sai che per il tempo libero, bisognerebbe avere un lavoro?

Poi parla lui, con la sua voce un po’ melliflua, con quello sguardo un po’ malizioso e mi dice “mi serve che tu corregga gli articoli per il giornale”. Sì, lo so fare. “Poi c’è da curare la parte amministrativa”. Sì, lo posso fare. “Ma la cosa più importante sarà seguire i rapporti con i clienti, mantenerli attivi, trovarne di altri”. Sì… Anzi no. Aspetta. Gli dico: “i clienti che sarebbero poi gli sponsor?” E lui “sì, certo, gli sponsor per il giornale, per la tv, anche. Ma anche tutti gli altri clienti, perché noi ci occupiamo di molte cose”. Ammiccamento.

Scusa, se avete un giornale, una tv e, probabilmente, organizzate eventi, di quali “molte” cose stiamo parlando?

“Qui potrai conoscere un sacco di personaggi famosi, molti vipss, perché è quella la clientela che trattiamo e poi, certo, avrai possibilità di carriera. Man mano che vai avanti, aumentano le responsabilità”. E io mi sa che non le voglio, tutte queste responsabilità.

Mi dice che ci sarà un periodo di prova, a fine luglio. In cui lui mi seguirà passo passo e poi sarò talmente autonoma che potrò stare nell’ufficio da sola. A seguire i clienti. Dopo un contratto di 6 mesi, a 1000 euro, se il rapporto funziona, mi fa un indeterminato. Dove io, sarò l’unica assunta.

La prova durerà 10 giorni, perché a lui bastano 10 giorni per capire se una è adatta a quel lavoro o no. E mentre sto lì a chiedermi “perché a me” gli risponderei volentieri che forse, per quello che intende, bastano anche un paio d’ore. Se è bravo.

Prima di congedarmi si appunta in silenzio qualcosa su un foglio e mi dice che mi richiama martedì o mercoledì.

Scendo le scale, soffocandomi una risata in gola. Esco dal portone che quella ritorna su, più forte di prima. Non so bene se è una crisi isterica o solo la situazione grottesca che ho appena vissuto, ma io rido, rido in mezzo alla strada perché, penso, c’è mai stato un colloquio più perfetto per il mio blog?

Voglio fare voglio fare voglio fare

Esco dal seminato. Non è cattiveria, è solo per fidelizzare i clienti.

Non ho nuovi colloqui da raccontare, a parte l’esperienza come scrutatrice che vi dirò non appena avrò esaurito tutte le idee possibili. Non oggi, perché di idea ne ho una: gli annunci di lavoro.

Ne parliamo perché ho un file di testo nel pc con la raccolta dei più esilaranti, perché ieri un mio amico ne ha trovato uno che dimostra quanto il limite del legale sia ormai non sorpassato, ma triplato, e poi perché oggi pomeriggio ho digitato su google “stage retribuito roma” e mi sono usciti 195.000 risultati. Di cui molti portali del lavoro, con all’interno altre 10 pagine di offerte.

E quindi, ma di che ti lamenti???

Ovviamente di quel che ancora non ho detto. E cioè… Che Google cerca le parole precise all’interno delle frasi. QUINDI ‘stage’ e ‘retribuito’ sono due parole, ma ‘stage NON retribuito’ è una frase. E vale. Comunque. E tu non gli puoi dire che non va bene. Proprio a livello concettuale. Perché lui con questo sistema ci ha fatto i miliardi. E tu, invece, ieri, hai risposto a un annuncio di stage non retribuito per un giornale online, solo perché così puoi scrivere un po’. Puoi fare la giornalista per la gloria.

Perché il sistema è come la goccia cinese, dagli e dagli alla fine ti sfianca e ti rovina l’etica, l’amor proprio, la deontologia e anche un po’ la salute. Così navigo per gli annunci e non ce n’è nessuno per me.

Per me. Che solo in questo blog ho 9 diverse alternative di carriere. Ma non valgono niente. Stavo per mandare un curriculum a un annuncio titolato “Macellaio”. Così. Perché non posso andare a fare il programmatore java, non mi intendo di ict, sap e tutti quegli altri acronimi impossibili da pronunciare senza sembrare dementi. Io non so dove mettermi le mani per fare il contabile, non voglio immaginare neanche cosa faccia un “addetto controllo movimento merci” e non ho idea di cosa sia un “addetto alla logistica”. La carne però so cos’è. E anche la mannaia. Unire carne e mannaia non deve essere così complicato. Voglio dire, ho studiato io eh! Lo saprò come mettere insieme due informazioni per crearne una in uscita. E sono abbastanza incazzata da fargli vedere io, a un bovino intero, come si diventa una bistecca!

Piccola piccola anche. Se non c’è nessuno a fermarmi.

Così, apro in nuove schede i seguenti annunci:

“Personale”: selezione persanale da inserire in diversi settori.Di cui:
- settore magazzino
- segretarie
- settore amministrativo
- settore marketing/accoglienza clientela
E’ previsto stage retribuito

A parte il refuso. Cosa ci vado a fare io qui? La segretaria o il settore marketing. Anche in magazzino, volendo. Che non si dica che ho qualcosa contro gli scatoloni. E quella frase finale… fantastica. Visto? Nessun “non” messo a caso tra le due parole come se tutte e tre insieme avessero un senso.

Poi trovo questo:

3 receptionist commerciali
La figura dovrà occuparsi dell’accoglienza del cliente in salone e seguirlo fino al contatto con il venditore.

La prima cosa che mi è venuta in mente è stata il salone di auto dove lavorava mio padre. Quello piccolo. E mi sono figurata me stessa che intercetto i clienti appena superano la soglia e li seguo come un mastino mentre osservano le macchine esposte. E al momento più adatto sussurro nel loro orecchio: ssssì, quello è uno sssspecchietto-o-o. Sssenta com’è sssexy la tappezzeria. Che ha fatto ieri? Stato al mare? La famiglia come sta? Ah guardi, un venditore. Si sbrighi si sbrighi che devo mettervi in contatto. Lasciate che io sia il vostro Michelangelo e voi, a estrazione, Dio e Adamo.

Poi vedo questo:

Ricerchiamo giovani addetti vendita per opportunità di stage formativo retribuito 3/4 mesi e finalizzato all’inserimento. Si richiede: Diploma, disponibilità al lavoro su turni anche nei week end e nei giorni festivi, attitudine alla vendita e passione per il settore moda, disponibilità IMMEDIATA.

Diploma. Non è la prima cosa che mi colpisce, ma comunque mi ha colpito. Ora, siccome sono un pamphlet vivente, vorrei fare la parafrasi del testo, per dimostrare quanto il mio di diploma sia più che meritato: cerchiamo giovani ragazzi che non riescono a trovare un’occupazione e quindi cercano un lavoro che li faccia mangiare. Ragazzi che anche volenterosamente metterebbero in standby le vacanze, le domeniche, i 25 aprile, 2 giugno e perché no, anche i primi maggio. E immuni alle malattie, certo. Giovani con la vocazione al sacrificio, perché passare giorni interi in un negozio con mezzora per la pausa pranzo a servire persone a volte insopportabili, è un sacrificio. Più del voto di castità dei preti. Molto di più. Insomma a questi ragazzi offriamo il lavoro che vogliono. Solo che, siccome siamo furbi, non è che offriamo proprio proprio un lavoro. No. Perché, adesso, per fare il commesso, c’è lo stage. Lo so, era insospettabile che per imparare a piegare una maglietta ci volessero 4 mesi. Eppure è così. 4 mesi sono CENTOVENTI giorni per imparare una cosa che sai già fare, perché hai un armadio a casa e ti sarà capitato di doverlo sistemare, CENTOVENTI giorni per imparare a trattare con le persone, che se sei arrivato a 22 anni senza avere denunce o arti rotti da terzi o entrambe le cose insieme, mi azzardo a dare per assodato tu sia già in grado di fare.

Dopo questi CENTOVENTI giorni loro ti diranno sì, puoi restare o no, sai che c’è, preferisco prenderne un altro, a 300 euro, piuttosto che darne 800 a te. Perché questa è la realtà. E ci sono cose che neanche il migliore dei pamphlet sarebbe in grado di rendere divertenti.

Ma grazie al cielo, questa non è la conclusione. Aiutata dal caro fan sul mio profilo facebook e dall’idiozia di certi annunci, vi incollo paro paro com’è sul sito di provenienza l’ultimo annuncio e rimando gli altri ai giorni a venire.

Bocchinara a motore
Azienda in forte espansione cerca Bocchinara a motore da inserire nel proprio organico

Serve davvero che io commenti? Vi dico solo che, per scrupolo, ho cercato su google se questo arnese esiste.
La risposta è, ovviamente, no. O meglio, sì, ma la parte del motore non ho ben capito dove si collochi.

Voglio fare la Social Media Specialist (2) Update

Stamattina mi sono svegliata distrutta, come del resto è successo per gran parte delle mattine di questa settimana, e ho avuto il sospetto che la storia del “abbiamo trovato uno meglio di te…. ma n’è vero” mi stia levando ore preziose di sonno. E io sono una che dorme. Quindi quando non dormo divento cattiva.

Salgo le scale mettendo insieme nella mia testa i vostri commenti, le vostre storie, il mio ragazzo che mi gasa al telefono effetto rocky 3 e anche l’ultimo sogno che cerco sempre di ricordarmi con scarsi risultati, ma comunque non c’entrava niente, e arrivo alla fine così convinta che ci sarei andata solo per pretendere il posto di amministratore delegato.

Mentre affogo i cheerios nel latte, connetto che non posso rimandare. Non sono superstiziosa, ma domani è venerdì 17 e calcolando le questioni in sospeso che ho con la dea bendata, decido che non voglio correre il rischio di agevolarla.

Così mi vesto e mi trucco. Casual, niente di che. Oggi ero in versione “gita nel sahara”. Tutta beige. O se vogliamo, safari in africa. Insomma quell’abbigliamento che ci metti un’ora a sceglierlo solo per farlo sembrare veramente “casual”.

Siccome mio padre è fuggito col tom tom, accendo il pc per farmi il percorso. Faccio il percorso. Poi qualcosa mi dice di andare anche su jobsoul, forse l’abitudine della mia navigazione quotidiana o forse solo la dea bendata.

Cerco l’annuncio e l’annuncio non c’è. E’ scaduto. Allucinazione immensa. Prima mi chiedo come sia possibile, poi lo ricerco, poi mi chiedo se me lo sono sognato e una volta risolta la discussione con la mia mister hyde, decido di fare la cosa più ovvia. Chiedere a loro. Con una mail. Meno invasiva e poi se mi sono sbagliata, almeno non spreco benzina.

Gentile taldeitali,
mi è parso di scorgere nei meandri del web, un nuovo annuncio riferito alla posizione che doveva essere mia. Vi scrivo perché deve essere mia, conviene a voi perché sono brava e generosa.

Insomma, chiedo delucidazioni.
Avrei giurato che non mi avrebbero risposto. E invece no. Non trovate anche voi che siano adorabili?? Se lo stalking non fosse reato comincerei a pensarci seriamente. Li conquisterei per sfinimento. Effetto goccia cinese.

Mi rispondono che no, hanno già trovato due persone per lo stage. Ma il mio cv era uno dei più buoni, quindi se lo tengono da parte e vedono se possono richiamarmi dopo l’estate.

Vorrei scrivere molte cose in questo istante. Ma non lo farò. La sintesi è che sì, lo sappiamo tutti ormai, sono fighissima. Sono tra i migliori. Quelli sotto però, gli eterni secondi.

E comunque vestirsi di tutto punto per stare davanti al pc è un’esperienza da fare prima o poi, nella vita. Così. In onore dell’utilità dei pc.